Sito ufficiale curato dal Dott. F. Falzoni Gallerani


In questa pagina troverete citazioni, piccoli brani che abbiamo pensato di inserire per riflettere su come respiriamo nella vita di tutti i giorni e di quanto importante sia la funzione del respirare nella nostra vita. Abbiamo pensato di inserire articoli di autori in linea con il nostro pensiero e la nostra "mappa" di riferimento teorica a cui il rebirthing della nostra scuola si riferisce.


RESPIRARE - Dal latino: RE SPIRARE, soffiare, compiere il processo fisiologico della respirazione; riferito a organismi viventi con speciale riferimento alle 2 fasi della respirazione: inspirazione ed espirazione.
RESPIRO - il respirare, l'alternarsi dei movimenti respiratori. Fig: Sollievo, liberazione, tregua o sosta, pace, liberazione da fatiche, impegni affannosi, preoccupazioni.
Tratto da: Vocabolario della Lingua Italiana - Istituto Enciclopedia Italiana Treccani 1991


BASI PSICOBIOLOGICHE DELL’ANSIA - ASPETTI GENETICI
Tutti gli organismi, compresi gli individui della nostra specie, tendono alla sopravvivenza, cioè a rimanere in vita e a trasmettere la vita alla generazione successiva.
Il modo in cui agiamo per raggiungere questo scopo è piuttosto elementare: cerchiamo.
Cerchiamo quelle situazioni che concorrono alla sopravvivenza e alla riproduzione.
D’altra parte, tentiamo di evitare tutto ciò che potrebbe minacciare il nostro benessere e quello della nostra progenie.
Negli esseri umani, come anche in altri mammiferi, la percezione del pericolo è accompagnata da risposte fisiologiche, come l’aumento del battito cardiaco e dalla sudorazione, da risposte psicologiche, come il focalizzarsi dell’attenzione sulla fonte del pericolo e dalla tendenza a sfuggire alla situazione che si avverte come pericolosa. Questi tre tipi di reazione definiscono secondo gli scienziati, l’ansia: una risposta che contiene dunque aspetti fisiologici (aumento del battito cardiaco), cognitivi (concentrazione) e comportamento (la fuga). La reazione ansiosa, nella varietà delle sue manifestazioni, ha una forte base biologica. La ricerca sugli animali e sugli uomini suggerisce che l’evoluzione abbia preprogrammato gli organismi a reagire al pericolo con l’ansia. Indubbiamente, nell’ansia c’è molto di più che semplici componenti fisiche di tipo genetico e fisiologico.

COMPONENTI FISIOLOGICHE
Mentre il comportamento emozionale è per larga parte regolato da strutture cerebrali più profonde e relativamente antiche, il lobo frontale della corteccia è coinvolto nell’ansia umana.
I mattoni più importanti del cervello sono i neuroni o cellule nervose. Collegati in reti altamente complesse, trasmettono le informazioni attraverso sostanze chimiche che fungono da messaggeri: i neurotrasmettitori. Quando parliamo di ansia, i tre neurotrasmettitori più importanti sono la noradrenalina, la serotonina, il GABA. Quest’ultimo è un neurotrasmettitore inibitore che riduce la probabilità di attivare le cellule nervose; diversamente dalla serotonina e dalla noradrenalina, esso è localizzato in tutto il cervello. Le prove più evidenti di una connessione del GABA con l’ansia
provengono dagli studi farmacologici, specialmente quelli sugli studi sulle benzodiazepine, farmaci ansiolitici che rafforzano gli effetti del GABA provocando una riduzione dell’ansia, il rilassamento dei muscoli e sonnolenza; essi inoltre esercitano un’azione anti-convulsivante.
La noradrenalina è usata dai neuroni detti adrenergici; si forma sia nel sistema nervoso centrale sia in quello periferico. Per quanto riguarda la noradrenalina del cervello, il 70% di essa si trova in una piccola zona blu (locus coeruleus) situata in una zona del cervello profonda, evolutasi nel corso del tempo.
Poiché i percorsi noradrenergici ricoprono vaste superfici del cervello, non sorprende che la noradrenalina sia implicata in tante attività, come il sonno e la veglia, l’attenzione, l’apprendimento, l’eccitazione, l’umore e l’ansia.
Un po' più in alto del locus coeruleus ci sono i nuclei Raphe, dove troviamo il neurotrasmettitore serotonina. Come la noradrenalina, questa si diffonde in molte aree del cervello e nella colonna vertebrale. I farmaci che aumentano la disponibilità della serotonina non solo migliorano l’umore, ma attenuano anche l’incidenza e l’intensità degli attacchi di panico, sono efficaci nel trattamento dell’aggressività, mentre come effetto collaterale, provocano un’abbassamento della libido. La serotonina e la noradrenalina certamente interagiscono, ma non si conoscono compiutamente i meccanismi d’interazione.
Le modificazioni fisiologiche negli stati d’ansia non sono limitate al cervello. Il cervello e il sistema nervoso centrale(S.N.C.), sono collegati a tutti gli altri organi attraverso il sistema nervoso autonomo (S.N.A.). Questo a sua volta, si distingue in sistema nervoso simpatico e parasimpatico. Mentre il sistema nervoso simpatico si attiva nei casi di emergenza, quando si rende appunto necessaria una reazione, il parasimpatico
produce una risposta di rilassamento. La reazione di emergenza dispone perfettamente l’organismo a rispondere al pericolo. Appena il pericolo diminuisce, il sistema nervoso parasimpatico prende il sopravvento e organizza una risposta di rilassamento come per es., un rallentamento del battito cardiaco e un’abbassamento della pressione sanguigna.
Tratto da enciclopedia “L'universo del Corpo” - Istituto della Enciclopedia Italiana - Giovanni Treccani ed. 1999


L’articolo sopra citato dà un’esauriente descrizione della fisiologia dei meccanismi endogeni dell’ansia con il relativo intervento farmacologico per modificare/migliorare gli squilibri delle sostanze interessate al processo.
Presentiamo, di seguito, articoli che descrivono un approccio alla cura dei suddetti squilibri includendo tecniche e strumenti diversi dai farmaci ed ugualmente efficaci poiché basano la loro capacità di cura nell’integrazione corpo-mente-spirito (approccio olistico-integrale).

STRESS, ANSIA, DEPRESSIONE

Tratto da: “Rebirthing Transpersonale" di Filippo Falzoni Gallerani - pgg. 83/88
In questi anni si è incominciato a dibattere molto intorno a queste disfunzioni e gli sviluppi delle ricerche farmacologiche hanno spesso alimentato eccessive speranze circa la possibilità di risolverle una volta per tutte con farmaci appropriati.Se è vero che in alcuni casi l’intervento farmacologico si è rivelato molto efficace, molto spesso si è riscontrato che esso è insufficiente, sintomatico, non in grado di incidere sulle cause che si trovano a monte, e non privo di effetti collaterali indesiderabili. E’ stato provato che il corpo umano reagisce a uno stimolo doloroso o spiacevole irrigidendo la muscolatura, mentre uno stimolo gradevole induce rilassamento. Ripetute sensazioni sgradevoli fanno acquisire una tensione che col tempo, a causa di quei meccanismi da circolo vizioso del tipo: “sono teso perché sto male” e “sto male perché sono teso”, può assumere caratteristiche di cronicità.
Lo “stress” ha grande rilievo nella famiglia dei mali moderni, e si è riconosciuto che è tra le cause prime delle malattie cardiache e probabilmente anche della predisposizione al tumore. E’ accertato che, vivendo in condizioni di stress prolungato, si accumula una tensione che inibisce la mobilità toracica e di conseguenza anche la respirazione, poiché la rigidità muscolare si riflette immediatamente sul diaframma, il muscolo direttamente preposto al respiro. Quindi possiamo presumere che l’influenza dello stress sulla respirazione è uno degli aspetti che maggiormente minacciano la salute. Quando siamo tesi, respiriamo meno profondamente e quindi, a causa del rapporto diretto che esiste tra respirazione e vitalità, abbiamo meno energia. In presenza di una minore intensità energetica anche la sensazione di tensione sarà minore, ma compariranno debolezza, apatia e depressione. Nello stesso tempo, a mano a mano che ci si abitua a respirare poco, ci si mette nella condizione in cui ogni tentativo di riacquistare una respirazione normale farà riapparire le emozioni represse. Tali emozioni e sensazioni sgradevoli, che avevamo represso attuando l’irrigidimento, emergeranno insieme a sintomi di alterazione fisica. Si stabilisce, insomma, una sorta di circolo vizioso, perché quando si mantiene il respiro al di sotto di una certa soglia (limitato nella sua ampiezza-profondità-ritmo) l’energia decade, mentre quando, senza neppure accorgercene, si aumenta il flusso respiratorio, insorgono l’ansia e la paura che qualcosa possa erompere incontrollatamente. Questo semplice meccanismo è spesso alla base di quella patologia, tanto diffusa al giorno d’oggi, che vede alternarsi stati d’ansietà e di depressione in soggetti che non soffrono di alcuna malattia mentale e che non ha mai avuto disturbi e problemi tali da giustificare tale malessere esistenziale.
La somma di tanti piccoli dispiaceri e un’eccessivo autocontrollo emotivo bastano a volte a creare una rigidità toracica che inibisce la respirazione, aprendo la strada a disturbi di varia natura, talora gravi. Sono comuni in questi casi il senso d’oppressione toracica e di “mancanza d’aria”, spossamento, apatia, tensione muscolare, disturbi del sonno e della concentrazione, insicurezza, ecc. L’intervento dello psicologo, pur riuscendo talvolta a identificare le cause che stanno alla base di certi disturbi, ottiene raramente risultati concreti, perché la comprensione intellettuale non agisce a livello dell’energia e delle funzioni corporee, dalle quali scaturiscono le risorse della guarigione e del benessere. D’altra parte, il medico generico classifica di solito tali sintomi come “disturbi nervosi”, quasi a significare “immaginari”, e indirizza il paziente dal neurologo o dallo psichiatra, avviandolo all’uso di psicofarmaci e alla relativa dipendenza. I soggetti più fragili si scoraggiano, si spaventano e iniziano a dubitare del proprio equilibrio mentale. Invece gran parte dei disturbi dell’ansia non hanno origine né mentale né organica: essi sono essenzialmente “squilibri dell’energia vitale” che disturbano la psiche. Il meccanismo ansia-respiro appena descritto, che caratterizza soprattutto i casi di ansia acuta, è soltanto uno degli aspetti di un’ampia varietà di forme che hanno origine da discordanze energetiche indotte da una respirazione parziale e disarmonica. Se si guarda all’uomo nella sua totalità fisica, energetica, spirituale, si deve riconoscere l’importanza dell’equilibrio dei corpi energetici e di un appropriato rapporto con il Prana-energia quale fondamento di tutte le manifestazioni vitali. E’ perciò addirittura ovvio comprendere come sensazioni di squilibrio, disagio, malessere e insicurezza siano da correlare direttamente con il respiro. Nel nome della scienza e della medicina vengono somministrate, a volte per anni, droghe altrettanto pericolose di quelle illegali a soggetti che sono considerati “malati” mentali anche quando stanno attraversando una crisi di crescita. Con ciò non s’intende negare del tutto l’uso degli psicofarmaci, che in presenza di certe patologie hanno effettivo valore e in alcuni casi si sono l’unico modo per alleviare sofferenze altrimenti impossibili da lenire con i mezzi attualmente a disposizione. La ricerca farmacologica ha certamente grande importanza ma l’uso improprio e generalizzato di tali sostanze è diventato un problema in tutti i paesi sviluppati. Basta pensare all’uso di ansiolitici, antidepressivi, sonniferi, antidolorifici, ha raggiunto dimensioni tali da dover essere considerato una vera e propria piaga sociale, una specie di tossicodipendenza legalizzata di massa.
In sintesi, a proposito dei meccanismi legati all’ansia, alla depressione e all’azione terapeutica del Rebirthing, si può dire che: di fronte alla tensione e allo stress si trattiene involontariamente il respiro irrigidendosi.
Una respirazione limitata produce stati depressivi (a volte anche acuti) e predispone a molti disturbi.
I tentativi spontanei di respirare liberamente, quando avvengono senza che il soggetto ne sia consapevole, inducono a loro volta nuovi stati di ansia.
Rieducando il soggetto a una respirazione libera, dopo le prime sessioni nelle quali vengono scaricate tensioni e traumi e a volte elaborati processi psicodinamici, l’ansia e la depressione scompaiono drasticamente.
Durante questo processo avvengono apprezzabili progressi nell’armonizzazione di diversi livelli mentali. A volte ha luogo una rapida esplorazione dell’inconscio, la quale può rivelare i motivi essenziali che hanno contribuito all’insorgere del processo patologico.
Il soggetto impara a mantenere uno stato di flessibilità e di equilibrio praticando anche in modo autonomo la respirazione e iniziando a relazionarsi con il “Sé interiore”.

Per approfondimenti sull'efficacia del Rebirthing in persone che soffrono di attacchi di panico cliccare qui.


Tratto da “Molecole di emozioni" di Candace Pert ed. Il Corbaccio

Nota: Candace B. Pert è ricercatrice nel Dipartimento di Fisiologia e Biofisica della Facoltà di Medicina della George University a Washington D.C.. Ha accertato scientificamente l’esistenza delle basi biomolecolari delle nostre emozioni: esse costituiscono il legame essenziale fra mente e corpo. L’autrice propone una nuova interpretazione scientifica del potere che la mente e le emozioni esercitano sulla nostra salute e sul nostro benessere.

" ...Proprio di recente, alcuni ricercatori del National Institute of Health hanno individuato un legame fra la depressione e i traumi legati all’infanzia. Le ricerche hanno dimostrato che i neonati e i bambini che sono vittime di abusi, di maltrattamenti o di indifferenza hanno maggiore probabilità di essere depressi da adulti, ora abbiamo un indizio per comprendere il nesso tra esperienza e biologia. E’ tutto legato a qualcosa che si chiama ipotalamo - ghiandola pituitaria - ghiandole surrenali. In poche parole, l’ipotalamo fa parte del cervello del cervello emozionale, il sistema limbico, e i suoi neuroni sono dotati di assoni che si estendono fino alla ghiandola pituitaria, situata al di sotto. E’ qui che gli assoni producono un neuropeptide (una delle quasi cento sostanze informazionali costituite da piccoli peptidi e definite inizialmente secrezioni neuronali) chiamato CRF, ossia Fattore di Rilascio Corticale, che controlla il rilascio di un’altra sostanza informazionale. Così, quando il CRF arriva alla ghiandola pituitaria, stimola la secrezione di adrenocorticotrofina, una sostanza informazionale che poi viaggia attraverso il circolo sanguigno fino alle ghiandole surrenali, dove lega con i recettori (una molecola, proteina o gruppo di proteine, ancorata alla membrana esterna della cellula con un sito accessibile all’ambiente esterno che si unisce a leganti come ormoni, droghe, antigeni, peptidi) specifici sulle cellule ghiandolari.
Ma le ghiandole surrenali non hanno qualcosa a che fare con l’adrenalina e la reazione "lotta o fuggi"?
E’ l’adrenalina a scatenare la reazione di allarme lotta o fuggi, che è la risposta naturale e inconscia del corpo alle minacce, che siano reali o immaginarie. Spesso è caratterizzata da un afflusso di energia, pupille dilatate e tachicardia, tutte condizioni che ci consentono di affrontare bene il pericolo appena percepito. Ma un altro compito assolto dalle ghiandole surrenali, quando sono raggiunte dall’ACTH (adrenocorticotrofina), è cominciare a produrre steroidi (composti organici facilmente solubili che si incontrano allo stato naturale nel regno vegetale e animale e svolgono molte funzioni importanti sul piano funzionale). Lo steroide prodotto in questo caso è il Corticosterone, una sostanza necessaria per la guarigione e il controllo dei danni in casi ferite.
Ed ecco qual’è il collegamento con la depressione in forma chimica.
Già da trent’anni sappiamo che lo stress aumenta con l’incremento della produzione di steroidi. Di solito le persone depresse presentano un livello elevato di questi steroidi legati allo stress; anzi, sono in stato cronico di attivazione da ACTH, a causa di una disfunzione nel circuito di biofeedback, incapace di segnalare che il livello dello steroide nel sangue è già alto. Così l’asse CRF-ACTH non fa che pompare nel sangue una quantità sempre maggiore di steroidi.
Si direbbe quasi che il CRF sia il peptide della depressione.
Esistono studi sugli animali, per es., dai quali risulta che in effetti le piccole scimmie private delle cure materne, trascurate o maltrattate, presentano livelli elevati di CRF e quindi di steroidi.
Nelle scimmiette, il fenomeno si manifesta come un’incapacità di curare la propria toilette, oppure di comportamenti ripetitivi che sembrano privi di scopo.
Negli esseri umani, il risultato può essere una serie di schemi di comportamento estremamente limitati, che alla fine spingono le persone in un buco nero dal punto di vista emotivo.
Si, il motivo per cui possiamo stare bloccati in questo modo è che queste emozioni sono impresse nella memoria, non solo nel cervello, ma in profondità, a livello cellulare.
Il meccanismo funziona cosi: man mano che nei neonati e nei bambini esposti a forti stress il livello di CRF aumenta, i recettori del CRF cominciano a desensibilizzarsi, riducendo di numero e di dimensioni. Questi cambiamenti si verificano quando i recettori siano inondati da una droga, sia prodotta naturalmente dal corpo che da un farmaco acquistato in farmacia.
La memoria del trauma viene fissata da questi e altri cambiamenti a livello del recettore dei neuropeptidi, alcuni dei quali avvengono all’interno della cellula, alle radici stesse del recettore, e il fenomeno si estende a tutto il corpo.
Come ricercatore sul fronte della droga da oltre venti anni, devo staccarmi dalla posizione prevalente fra i miei colleghi e affermare che meno uso di farmaci è meglio!
Le implicazioni delle mie ricerche consistono nella tesi che le droghe esogene, cioè esterne all’organismo, sono potenzialmente dannose, non soltanto perché distruggono l’equilibrio naturale dei circuiti di feedback che coinvolgono molti sistemi e organi, ma a causa dei cambiamenti che producono a livello del recettore.
Ognuno di noi ha la propria farmacopea naturale, la farmacia migliore che esista al costo più basso, in grado di produrre tutte le sostanze di cui abbiamo bisogno per far funzionare il nostro complesso corpo-mente esattamente nel modo in cui è stato programmato in tanti secoli di evoluzione. La ricerca deve concentrarsi sulla comprensione del modo in cui agiscono queste risorse naturali, i nostri farmaci endogeni, in modo che possiamo creare le condizioni che consentiranno loro di svolgere la loro azione nel modo migliore, con minime interferenze da parte di sostanze esogene. Ma quando non possono compiere il loro lavoro, la ricerca consentirà di creare sostanze mimetiche in grado di imitare quelle naturali riducendo al minimo l’interferenza con l’equilibrio naturale del corpo, perché sono state messe a punto tenendo conto dell’intera rete psicosomatica.
(da pag.. 322 a pag.326)

" ... il problema delle emozioni capaci di guarire, un’esigenza avvertita nella nostra società con intensità così disperata da riflettersi nel crescente numero di persone che ricorrono a farmaci antidepressivi e all’escalation nell’uso di droghe illegali. A mio parere tanto gli uni che gli altri - quelli che ricevono la ricetta dal medico e quelli che acquistano la droga dallo spacciatore - fanno esattamente la stessa cosa: alterano la propria chimica naturale con una sostanza esogena che ha una vasta gamma di effetti, molti dei quali non sono compresi del tutto, per modificare sentimenti che non vogliono provare.
Le ricerche svolte mi hanno dimostrato che quando le emozioni vengono espresse, vale a dire quando le sostanze biochimiche alla base delle emozioni fluiscono liberamente, tutti i sistemi sono integri e solidali. Quando invece le emozioni sono represse, negate, e si trovano nell’impossibilità di realizzare il loro potenziale, le vie della rete psicosomatica si ostruiscono, bloccando il flusso delle sostanze chimiche unificanti e vitali per il benessere, che regolano tanto la nostra biologia quanto il nostro comportamento. Questo, secondo me, è lo stato di emotività malata al quale desideriamo così disperatamente sfuggire. Le droghe, legali o illegali che siano, contribuiscono ulteriormente ad interrompere i numerosi circuiti di feedback che consentono alla rete psicosomatica di funzionare in modo naturale ed equilibrato, e quindi instaurano le condizioni per l’insorgere di disturbi fisici e mentali.
Tuttavia l’idea della rete è ancora troppo recente per influenzare il modo in cui la medicina e la psicologia affrontano la salute e la malattia. La maggior parte degli psicologi considera la mente come se fosse scissa dal corpo, un fenomeno che ha scarsi rapporti con il corpo fisico, ammesso che ne abbia. E viceversa i medici trattano il corpo come se non avesse alcun legame con la mente o le emozioni. Le mie ricerche hanno dimostrato che il corpo può e deve essere guarito attraverso la mente, così come la mente può e deve essere guarita attraverso il corpo.
Le cosiddette terapie alternative mirate a uno sfogo somatico-emotivo tengono presente questa realtà, ed è così che possiamo integrare l’offerta degli ambienti medici ufficiali. Nella cura dei disturbi dell’umore e di altri disturbi mentali, la medicina ufficiale rinuncia a un valido ausilio escludendo il contatto fisico, ignorando il fatto che in realtà il corpo è la porta della mente e rifiutandosi di riconoscere l’importanza dell’espressione emotiva come evento che coinvolge la mente e il corpo, con la capacità potenziale di completare e a volte addirittura sostituire le terapie verbali e i farmaci...”
(da pag.328 a pag.329)


Quando facciamo zazen (pratica di meditazione Zen) la mente segue sempre il respiro.
Quando inspiriamo l'aria entra nel nostro mondo interno. Quando espiriamo esce fuori nel mondo esterno. Noi diciamo "mondo esterno" e "mondo interno" ma in realtà c'è un solo mondo indivisibile. In questo mondo illimitato la nostra gola è come una porta che si apre e si chiude. L'aria entra ed esce come chi attraversa una porta che si apre e si chiude. Se pensate: "Io respiro", l'"Io" è di troppo. Non esiste niente in voi che può dirsi "Io", è soltanto una porta che si apre e si chiude quando inspiriamo ed espiriamo.
Quando dunque facciamo zazen, l'unica cosa che esiste è il movimento del respiro e della consapevolezza di tale movimento. Dunque quando fate zazen la mente deve concentrarsi sul respiro. Questo tipo di attività è l'attività fondamentale dell'essere universale. Senza questa esperienza, pratica, è impossibile raggiungere l'assoluta libertà.

"Date alla vostra pecora o vacca un ampio, spazioso pascolo: è il modo migliore per controllarla".
tratto da "Mente Zen, mente da principiante" di Shunryu Suzuki - ed. Ubaldini


LA FUNZIONE DELL'ORGASMO

Questo brano, scritto parecchi anni fa, non affronta temi transpersonali, ma specificatamente bioenergetici, aspetti tuttavia fondamentali per chi utilizza la respirazione.
Non esiste malato nevrotico che non riveli una tensione addominale. Avrebbe poco senso elencare e descriverne qui i sintomi, senza comprenderne la funzione nella nevrosi. Il trattamento della tensione addominale è divenuto tanto importante nel nostro lavoro odierno che mi sembra oggi quasi incomprensibile come sia stato possibile curare anche solo approssimativamente le nevrosi senza conoscere la sintomatologia del plesso solare. I disturbi della respirazione nelle nevrosi sono sintomi consequenziali delle tensioni addominali. Si cerchi di immaginare di essere stati spaventati o di trovarsi in uno stato di angosciosa attesa di un grande pericolo. Involontariamente si tratterrà il respiro e si manterrà questa posizione. Poiché non si può cessare completamente di respirare presto si espirerà nuovamente, ma l'espirazione non sarà completa e profonda, ma leggera; non si espirerà pienamente, ma solo a tratti. In uno stato di attesa angosciosa si spingono involontariamente le spalle in avanti e si rimane in questo atteggiamento rigido. (...)
Che funzione ha l'atteggiamento descritto dalla "respirazione leggera"? Se guardiamo la posizione degli organi interni e il loro rapporto con il plesso solare, comprendiamo immediatamente di cosa si tratta. Quando si è spaventati si inspira involontariamente, viene fatto di pensare all'inspirazione involontaria di quando si sta per annegare e che è la causa principale della morte; il diaframma si contrae e comprime dall'alto il plesso solare. La funzione di questa azione muscolare diventa pienamente comprensibile solo quando si prendono in considerazione i risultati dell'esame analitico caratteriale dei precedenti meccanismi di difesa infantili.
I bambini solitamente combattono i continui e penosi stati d'angoscia che sentono nello stomaco, trattenendo il respiro. Essi fanno la stessa cosa quando provano sensazioni di piacere nell'addome e nei genitali e ne hanno paura.
Trattenere il respiro e mantenere il diaframma contratto è forse uno dei primi e più importanti atti che hanno lo scopo sia di sopprimere le sensazioni di piacere nell'addome sia di soffocare sul nascere l'angoscia addominale. A questo trattenere il respiro si aggiunge poi l'effetto della pressione addominale.
Il modo in cui i nostri bambini riescono a bloccare le sensazioni nel ventre con la respirazione e la pressione addominale è tipico e universale.…
"Com'era possibile che questo blocco della respirazione potesse reprimere o eliminare completamente gli affetti? Questa domanda era decisiva. Era, infatti, divenuto chiaro che il freno della respirazione costituiva il meccanismo fisiologico della repressione degli affetti e la rimozione degli affetti era quindi anche il meccanismo fondamentale della nevrosi in generale. Una semplice riflessione ci faceva ricordare che la respirazione ha biologicamente la funzione di apportare ossigeno e di eliminare biossido di carbonio dall'organismo. L'ossigeno contenuto nell'aria immessa permette la combustione nell'organismo dei cibi digeriti. In termini chimici, combustione è tutto ciò che comporta la formazione di composti con l'ossigeno. Nella combustione si crea energia. Senza ossigeno non c'è combustione e di conseguenza neppure produzione d'energia. Nell'organismo l'energia si crea attraverso la combustione degli elementi. Durante questo processo vengono generati calore ed energia cinetica. La bioelettricità viene prodotta durante questo processo di combustione. Se la respirazione è ridotta, si introduce meno ossigeno, praticamente solo quella quantità necessaria alla conservazione della vita. Se nell'organismo viene prodotta meno energia, allora le eccitazioni vegetative sono minori e quindi anche più facili da dominare. La respirazione frenata dei nevrotici ha quindi, biologicamente parlando, la funzione di ridurre la produzione d'energia nell'organismo, e IL PIACERE

WILHELM REICH

 

L'ESPERIENZA DEL SÉ O COSCIENZA COSMICA

E' stato fatto un grande sforzo da parte degli scienziati per definire la natura dell'Esperienza Cosmica. Fra le caratteristiche isolate da alcuni autori possiamo citare:
1. L'unità, o meglio, la non-dualità: la scomparsa, cioè, della percezione dualistica io-Mondo o soggetto-oggetto.
2. Il carattere ineffabile: l'esperienza non può essere descritta con il linguaggio ordinario.
3. Il carattere di realtà: una certezza assoluta che quello che è stato vissuto è reale, spesso persino molto più reale del vissuto quotidiano normale.
4. La trascendenza dello spazio-tempo: si entra in un'altra dimensione, il tempo non esiste più e scompare lo spazio tridimensionale.
5. Il sentimento del sacro: la sensazione che stia accadendo qualche cosa di grande e di meraviglioso, persino di sacro.
6. La scomparsa della paura della morte: la vita è percepita come eterna, anche se l'esistenza fisica continua ad essere vissuta come transitoria.
7. Il cambiamento del sistema dei valori e del comportamento: spesso si constata un cambiamento in direzione dei valori quali Bellezza, Verità, Bontà. C'è un distacco progressivo dai valori materiali. L'Essere si sostituisce all'Avere.
Pensa a tutti i grandi yoghi, i santi e i saggi - da Mosé, Cristo, Padmasambhava, non erano individui dalle maniere deboli e distaccate, ma fieri rivoluzionari in grado di scuotere e soggiogare interi paesi. Trattavano il mondo nei suoi stessi termini, non con qualche pietosa fantasia celeste, molti di loro istigarono rivoluzioni sociali di massa che sono andate avanti per migliaia d'anni. Fecero questo non perché avevano evitato la dimensione fisica, emozionale, mentale dell'uomo e l'ego che ne è il veicolo, ma perché s'impegnarono con una determinazione ed un'intensità da scuotere il mondo dalle fondamenta. Senza dubbio essi erano sintonizzati anche con l'anima (lo psichico profondo) e lo spirito (il Sé senza forma) sorgente ultima del loro potere, ma esprimevano quel potere, e raggiunsero risultati concreti, proprio perché si erano impegnati drammaticamente nelle dimensioni inferiori attraverso le quali tale potere poteva esprimersi in modo da poter essere udito da tutti.
Questi grandi esseri, che dettero impulso al mondo non erano dei piccoli "ego"; erano, nel miglior senso del termine, grandi ego, precisamente perché l'ego (il veicolo funzionale dei reami più densi) esiste parallelamente all'anima (veicolo funzionale della dimensione sottile) ed il Sé (veicolo della dimensione causale).
Quanto questi grandi maestri riuscirono a realizzare nelle dimensioni materiali, lo ottennero attraverso il loro ego, perché l'ego è il veicolo funzionale in tale reame. Tuttavia essi non s'identificavano esclusivamente con il loro ego (ciò è narcisismo) ma, semplicemente, sentivano il loro ego sintonizzato con la radiante sorgente cosmica. I grandi yoghi, i santi e i saggi, realizzarono tanto nelle loro vite precisamente perché erano grandi "ego" sintonizzati con il loro stesso Sé superiore, erano consapevoli del puro Atman (l'io Io di Ramana Maharsi) che è uno con il Brahman, e quando aprivano la bocca la gente cadeva ai loro piedi in ginocchio ed il mondo tremava, confrontandosi con il Dio radiante.
Santa Teresa era una grande contemplativa? Si! E, (riflettiamoci) Santa Teresa è la sola donna che abbia mai riformato l'intera tradizione monastica Cattolica. Gautama Buddha scosse l'India dalle fondamenta, Rumi, Plotino, Bodhidharma, Lao Tzu, Platone, ecc. tali uomini e donne iniziarono rivoluzioni che durarono per centinaia e talvolta migliaia d'anni, qualcosa che non può ancora essere attribuito né a Marx né a Lenin, né a Locke né a Jefferson. Fecero queste cose non perché erano morti dal collo in giù. No, erano dei monumentali, gloriosi e divini grandi "ego", sintonizzati con uno psichico più profondo, che era sintonizzato direttamente con Dio. C'è certamente una certa verità nel concetto di "trascendere l'ego": ma non significa distruggere l'io, significa sintonia con qualcosa di più grande.

PETER WEIL


IL MITO DELLA SPIRITUALITA' MESSO A NUDO.

Mariana Caplan descrive alcune trappole - come la crescita dell’ego, il transfert, l’abuso di potere, la truffa e la dipendenza da stati mistici - che si incontrano lungo il cammino spirituale. Il mito della spiritualità contemporanea messo a nudo.

Negli ultimi 40 anni, l’occidente è stato invaso da una marea di informazioni spirituali che ormai riempiono le pagine dei quotidiani, gli spettacoli televisivi e le riviste patinate a larga tiratura. Classi di meditazione sono offerte alle Nazioni Unite, Hillary Clinton usa tecniche di visualizzazione e rilassamento, lo yoga è insegnato in molte grandi aziende e la vita di celebrità spirituali come Richard Gere, John Travolta e Tom Cruise è frequentemente oggetto della curiosità del pubblico. La spiritualità è diventata non solo popolare, ma anche un grande affare. La New Age è un’industria multimiliardaria, e alcuni dei più famosi guru e maestri spirituali sono tra gli uomini più ricchi degli Stati Uniti.

Il ricercatore contemporaneo, durante il suo cammino spirituale, cade facilmente vittima di un numero enorme di miraggi, che occorre sapere riconoscere e affrontare. Scoprire le illusioni che abbiamo sul cammino spirituale può essere scoraggiante, se non addirittura deprimente, ma rende possibili realizzazioni spirituali che prima ci erano precluse.

Le motivazioni della ricerca dell’illuminazione

Molte persone hanno un’opinione errata sulle motivazioni per le quali hanno cominciato il cammino spirituale. È molto raro che un ricercatore voglia davvero “realizzare Dio” o “servire l’umanità”. La maggior parte delle persone non sa cosa sia la vita spirituale, per non parlare di cosa cercano in essa. Quando uno studente chiese al maestro zen Suzuki Roshi cosa fosse l’illuminazione, egli rispose: “Perché lo vuoi sapere? Magari non ti piacerebbe”.

Spesso un ricercatore spirituale impiega molti anni per rendersi conto di aver cominciato il cammino spirituale per ragioni che ignora totalmente, e che sono molto meno nobili e romantiche di quello che la sua immaginazione romantica pensava. Scoprire la falsità delle proprie motivazioni può essere molto spiacevole e deprimente, e per questo la maggior parte delle persone preferisce nasconderle nell’inconscio. Si continua tranquillamente a credere di voler solo essere “liberi”, “liberati” e “in armonia con tutta la vita”. Ma mettere a nudo la falsità delle motivazioni è un passo prezioso e necessario nel cammino spirituale. Le ragioni più frequenti che portano a scegliere il cammino spirituale sono:

La libertà dal dolore

La maggior parte delle persone comincia il cammino spirituale perché vuole essere libera dal dolore. “Uno dei maggiori fraintendimenti della gente è quello secondo cui il cammino spirituale è una vacanza”, ha detto il maestro tibetano Chögyam Trungpa Rinpoche. Le persone immaginano che il cammino spirituale darà loro la pace mentale, la trascendenza dei problemi, la libertà dalle perversioni psicologiche e la vita eterna. Si crede erroneamente che, meditando abbastanza, facendo un numero sufficiente di posizioni yoga o leggendo una discreta quantità di libri sulla spiritualità, si conseguirà la beatitudine eterna.

“Troppo spesso i neofiti si illudono che la pratica spirituale sia appagante”, dice lo studioso e l’insegnante di yoga Georg Feuerstein; “Si aspettano di diventare felici e di trovare la risposta alle più importanti domande esistenziali, grazie al loro sforzo o a quello dell’insegnante”. Feuerstein fa riferimento a una concezione che ha le sue radici in un fraintendimento di base e nella negazione della condizione umana: una concezione alimentata dalla palude della New Age e della letteratura pseudo-spirituale che invade il mercato confermando le fantasie dei suoi lettori. Anche se è vero che esistono carrettate di tecniche metafisiche che gonfiano l’ego e creano stati temporanei di estasi e beatitudine, questi ultimi non durano mai, e in ultima analisi hanno poco o nulla a che vedere con la vera spiritualità.

L’ambizione spirituale: la volontà di potenza e di controllo

Chi immaginerebbe mai che la presunta vita spirituale – fatta di meditazione e preghiera, dissolvimento estatico in Dio e umiltà davanti alla verità – possa essere un’altra via per cercare il potere e il successo, o una maschera che cela sensi di inadeguatezza? Per molti è proprio così. La realtà è che la ricerca dell’illuminazione nasconde spesso la ricerca del potere, della gloria, del prestigio o di qualche altra forma di successo mondano.

Se un individuo ha come scopo nella vita quello di diventare “qualcuno”, di essere una persona importante (il direttore generale, la star dello sport, la donna manager, la stella del cinema), e poi comincia un cammino spirituale, è più che probabile che la ricerca del potere e della gloria continuerà nel campo spirituale. È così che funziona l’ambizione. Un individuo ambizioso non lo è soltanto in un contesto, ma in tutta la vita, inclusa quella spirituale.

Gli uomini faranno praticamente di tutto per evitare di affrontare la propria debolezza umana; cioè, faranno qualsiasi cosa pur di non affrontare se stessi. La gente pensa che l’«illuminazione» sia uno stato di onnipotenza in cui non solo si sarà in grado di dominare gli altri, ma si terranno sotto controllo le proprie debolezze e difetti umani. Quello che i testi antichi descrivono come lo stato di “conoscenza perfetta” viene interpretato in base all’ideale di perfezione di ognuno, nel quale non c’è posto per la fragilità umana.
L’illuminazione può sicuramente creare dei poteri o una capacità di controllo illusori, o limitati, ma lo sviluppo spirituale va molto al di là del potere e del controllo terreni. Raramente, se non mai, i veri insegnanti spirituali e le persone dalla comprensione profonda parlano della propria vita in termini di controllo di sé o degli altri. Sanno che la vita è piena di imprevisti, e che un’eventuale influenza sulla vita di altre persone in realtà non dipende da loro. Inoltre, riconoscono che il peso di quella responsabilità è tanto grande da far diminuire qualsiasi sensazione di potere personale.

La paura della morte

La gente cerca l’illuminazione perché non vuole morire. Nelle traduzioni dei testi spirituali, l’illuminazione è sinonimo di “immortalità”, “trascendenza” e “stato eterno”. Sono espressioni molto suggestive per chi ha paura della morte, ma se si comprende il contesto in cui furono create, è chiaro che non si fa riferimento all’immortalità dell’ego o del corpo fisico. Tuttavia, gli esseri umani, alla ricerca disperata di una via per evitare la supposta sofferenza della morte, scelgono certi aspetti degli insegnamenti, evitandone altri. Giungono a pensare che l’illuminazione è il cammino verso la vita eterna dell’ego, che identificano come “se stessi”, e non della consapevolezza, che è sempre già eterna.

Quindi, se per caso ci illuminassimo, il nostro ego cesserebbe di esistere; ovvero, l’ego individuale che all’inizio si era messo alla ricerca dell’illuminazione per evitare la morte sarebbe già morto!

Anche se può essere difficile comprendere quanto siano false e inconsapevoli le motivazioni alla base di un cammino spirituale, gli sforzi fatti non sono inutili. Il grande pregio di qualsiasi autentico cammino spirituale (se percorso con l’assistenza di un maestro affidabile) è il fatto che prima o poi trasformerà l’individuo, a prescindere dalle motivazioni di quest’ultimo. Dio (o la Realtà) è sempre più forte dell’ego, e nel lungo termine (anche se può essere un termine veramente lungo) finirà con il prevalere. Il cammino e il maestro usano la debolezza e le ambizioni dell’individuo per creare delle lezioni che alla fine eroderanno quella stessa debolezza e quelle stesse ambizioni, mostrandole per ciò che sono e portando lentamente allo scoperto la purezza che si trova al di là di esse.

Esperienza spirituale o illuminazione?

Un altro errore comune tra i ricercatori sul cammino spirituale è scambiare le esperienze mistiche per l’illuminazione. Quando qualcuno comincia un percorso spirituale, è verosimile che avrà esperienze di estasi, beatitudine, pace, fusione con tutta la vita e visioni. Uno degli errori più frequenti compiuti dai neofiti è credere che queste esperienze siano lo scopo del cammino. In realtà, in giro ci sono molti maestri, sinceri ma falsi, che insegnano sulla base di una o più di queste esperienze.

Studiando le varie tradizioni esoteriche e occulte, l’assurdità di queste pretese diventa ovvia, perché comprenderemo subito come sia sufficiente la tecnica giusta (il digiuno, la visualizzazione, il “mind-control” e così via) per provocare tali esperienze. Anche se queste ultime possono essere fonte di ispirazione ed elevazione, e possono addirittura essere il catalizzatore che ci porta sul cammino spirituale, è chiaro che la spiritualità non consiste in esse.

Coloro che conoscono l’autentica spiritualità non si lasciano impressionare nemmeno da una camminata sull’acqua. Sanno che lasciarsi incantare da questi spettacoli vuol dire allontanarsi dal vero cammino spirituale. Benché le esperienze psichiche come l’estasi, la beatitudine e la sensazione di fusione non siano nocive o pericolose, e alle volte possano anche essere utili, vanno analizzate con grande cura. Occorre mettere costantemente in dubbio le conclusioni cui si è tentati di giungere dopo tali esperienze. È troppo facile pensare di essere straordinari o importanti solo perché sono avvenute queste esperienze.

Il guru interiore e altre verità spirituali lapalissiane

Tra tutte le comuni verità lapalissiane, quella del guru interiore è una delle più ingannevoli. Anche se l’espressione “guru interiore” indica qualcosa che esiste davvero, molti di coloro che dicono di seguire il guru interiore in realtà non lo stanno facendo. Per udire e seguire l’impegnativa guida di un guru interiore è richiesta una grande maturità umana e spirituale, che si conquista con anni di pratica spirituale, e non leggendo un libro o ascoltando un combattente New Age che proclama il messaggio.
Il motivo principale per cui la gente si volge al guru interiore è la pigrizia e il disinteresse verso la trasformazione genuina. Il guru esteriore – il vero maestro spirituale – porterà in crisi l’ego e metterà a nudo tutto ciò che è falso, cosa impossibile al guru interiore. La vita interiore degli esseri umani consiste in una grande moltitudine di voci (molte delle quali decisamente nevrotiche) e l’ego è ben felice di dare a una di esse gli abiti del monaco, un tono di voce suadente e il titolo di “guru interiore”. Tali guru interiori, conosciuti anche come il “sé interiore”, il “vecchio saggio interiore” o il “profondo sé”, sono noti per permettere alle persone tutto ciò che vuole il loro ego (una vacanza dispendiosa, per esempio, una nuova Ferrari, la manipolazione degli altri “per il bene più elevato” ecc.), sempre in nome della vita spirituale. È molto più facile perdonare i nostri errori se siamo stati “guidati”, rinunciando quindi ad assumerci la responsabilità delle conseguenze. Se la guida dà risultati positivi, diventiamo degli eroi per aver ascoltato e seguito la voce; se le cose non funzionano, siamo semplicemente vittime dei desideri della voce interiore. In un modo o nell’altro, noi non siamo mai responsabili.

Molto simile alla voce interiore è il “seguire il proprio cuore”. È vero che alla fin fine dobbiamo seguire il nostro cuore e che quest’ultimo non mente, ma come facciamo a sapere quando lo stiamo ascoltando? Molte persone non hanno idea di cosa sia il loro cuore, non lo hanno mai percepito né udito parlare. La maggior parte dei messaggi che attribuiscono al cuore, in realtà, vengono dalla mente, che è capacissima di parlare con tono amorevole, delicato e anche “con il cuore in mano”.
Quando le persone ignorano la quantità di “voci interiori” esistenti in loro (inclusa la voce del proprio “cuore”) e non sanno nulla della tendenza dell’ego a corrompere ogni aspetto della personalità per sabotare la crescita spirituale, cadono facilmente vittima delle seduzioni del guru interiore. Alla fine, esse si defraudano di quella crescita e trasformazione che volevano trovare cominciando questo cammino.
Un’altra delle pericolose verità lapalissiane in voga tra i neofiti contemporanei è il ritornello “tutto è un’illusione” e i suoi derivati. Seguendo la logica della mente duale, se tutto è un’illusione, non importa fare del male agli altri o distruggere il nostro corpo con le droghe o l’alcol, perché il corpo non è reale. Se la vita non è altro che un sogno, perché non arraffiamo tutto ciò che possiamo, senza preoccuparci delle persone che calpesteremo nel fare questo e di coloro che diventeranno poveri a causa del nostro egoismo? Se tutto è uguale, non esiste male e bene, giusto e sbagliato: quindi, perché non barare, mentire e rubare?
Coloro che usano indiscriminatamente queste idee prese dalla “realtà assoluta” non capiscono che quest’ultima non nega in alcun modo la realtà relativa. La non-dualità non cancella la dualità. Chi comprende davvero il significato di espressioni come “il guru interiore”, “tutto è uno” e “il maestro è ovunque”, non si vanta mai di queste verità in reazione a una sfida alla sua psiche (al contrario di chi ne ha avuto solo un’intuizione profonda ma fugace). Al contrario, la bellezza della realtà che ha intravisto lo rende più umile, spingendolo a mettersi al servizio e a partecipare maggiormente al mondo in cui viviamo. Come ha detto un altro maestro zen: “Non puoi vivere a lungo nel mondo di Dio: non ci sono né ristoranti né toilette”.

Falsi maestri e falsi studenti

Infine, arriviamo all’argomento dei maestri e i loro discepoli. Che li si chiami guru, maestri, guide o amici spirituali, due cose apparentemente opposte si possono dire su di loro senza ombra di dubbio. Innanzitutto, per raggiungere le vette più alte del cammino spirituale è necessario un maestro; secondo, per ogni maestro autentico, esistono letteralmente migliaia di ciarlatani. Se pensiamo che chiunque sappia declamare eleganti verità spirituali, affermi di essere un “tulku” tibetano o ci prometta l’illuminazione in un week end sia un maestro autentico, stiamo gettando le basi per la nostra futura delusione. Inoltre, è probabile che in futuro dubiteremo di tutti gli insegnanti spirituali, quando in realtà è stata la nostra inadeguatezza di studenti a renderci incapaci di distinguere tra i veri maestri e i ciarlatani.

Il compianto santo indiano Swami Muktananda ha detto che il mercato dei falsi maestri è in crescita perché è in crescita il mercato dei falsi studenti. Arnaud Desjardins, maestro spirituale francese ed ex cineasta, sollecita i neofiti a chiedersi non se il loro maestro è autentico, bensì: “Sono un discepolo?”. Gli studenti spirituali disillusi passano la vita a puntare il dito contro i falsi maestri e a negare la necessità di un maestro vivente ed esteriore, ma la verità è che loro stessi non sono riusciti a essere quel tipo di studente necessario ad attirare un maestro autentico.
Il punto sta nell’essere implacabilmente onesti con se stessi sui motivi per i quali stiamo cercando un maestro, e cosa ci aspettiamo da lui. Se cominciamo la vita spirituale perché vogliamo trovare un nuovo partner sexy, forse non abbiamo affatto bisogno di un maestro. Se pratichiamo la meditazione perché vogliamo essere più sicuri di noi stessi e avere più potere personale, andrà bene qualsiasi insegnante carismatico. Ma se siamo sul cammino spirituale perché stiamo cercando di realizzare il nostro potenziale più elevato, avremo bisogno di un maestro autentico, e per trovarlo dobbiamo diventare discepoli autentici.
Talvolta, per imparare il discernimento e la discriminazione sul cammino spirituale, dobbiamo incontrare una serie di falsi insegnanti. Così impareremo a distinguere tra il falso e l’autentico. In ultima analisi, dobbiamo assumerci la responsabilità di essere finiti con degli insegnanti falsi, perché in noi c’era qualcosa che ci ha impedito di vedere con più chiarezza. Solo allora potremo proseguire sul cammino spirituale con più lucidità.

Un cammino confuso

Le splendide luci delle esperienze mistiche e dell’estasi segnano spesso l’inizio di un cammino spirituale, la cui fine promette di essere ugualmente soddisfacente. Nel mezzo, però, esso è confuso. È tale perché nulla è certo riguardo l’evoluzione spirituale. A un certo stadio, la visione mistica può costituire un’ispirazione fondamentale per il nostro progresso, mentre a un altro stadio la stessa visione può essere una scusa per affermare prematuramente di esserci illuminati. La nostra voce interiore può darci la guida necessaria o riempirci di bugie. Possiamo trovarci a disagio con il nostro maestro perché è un ciarlatano, oppure perché sta portando alla luce parti del nostro ego che preferiremmo evitare. In quest’ultimo caso, diciamo che il maestro è un ciarlatano, quando in realtà è la nostra falsità che è stata portata alla luce.
Il cammino spirituale è un processo di graduale disillusione nel quale tutte le nostre idee riguardo chi siamo, cos’è la vita, cos’è Dio, cos’è la Verità e cos’è lo stesso cammino spirituale vengono smontate e distrutte. È anche un cammino entusiasmante, perché questa opera di smantellamento alla fine ci lascerà con la nuda Verità, che è l’unica cosa che alla fine può soddisfarci.
Il cammino spirituale è vivo; muta e si evolve davanti ai nostri occhi. Poiché sul nostro progresso e le nostre conquiste spirituali non possiamo avere certezze, il nostro compito è affrontare totalmente e senza compromessi le sfide che si presentano di fronte a noi. Se le nostre motivazioni sono serie (non solo riguardo la nostra evoluzione spirituale, ma anche riguardo il nostro impegno verso una genuina cultura spirituale in occidente), non possiamo accontentarci di un falso, la spiritualità New Age (per quanto essa possa essere confortante). La spiritualità autentica ci sta aspettando.

Mariana Caplan è counselor, antropologa culturale e autrice di un libro in cui mette in discussione molti aspetti della spiritualità occidentale. Esso, (Halfway up the Mountain: the Error of Premature Enlightenment), che secondo “Publishers Weekly” solleva molti dubbi sulle vere “motivazioni degli incantatori di serpenti dell’era moderna”, spinge i ricercatori spirituali a pagare il giusto prezzo per la dura strada verso l’illuminazione.


IL SESSO DEBOLE

di Luca Rossi

Sono ormai quasi una decina d’anni che mi trovo ad esser spettatore/attore della continua, coerente, stupefacente avventura del “viaggio” all’interno della mia coscienza. Proprio così, non esiste definizione migliore per descrivere cosa rappresenta per me il Reb. transpersonalee. La scoperta dello spazio interiore della coscienza. Potrebbe sembrare come la scoperta dell’acqua calda. E’ normale che tutti noi siamo dotati dello spazio interno. I nostri desideri, sogni, ragionamenti, sensazioni, allucinazioni, intuizioni perversioni, simboli, istinti, idee, aspirazioni, intelligenze, precarietà, sensi di colpa ,l’amore. Quante parole, e la cosa più incredibile è che tutte indicano una porzione di spazio vitale nel nostro interno. Vedete, uno dei conflitti più importanti scaturiti dalle numerose esperienze di picco avute respirando, è stato fra l’esaltazione del territorio dove queste esperienze avvenivano, e l’inadeguatezza, l’impossibilità di descriverle via linguaggio, perché strumento di descrizione analitica e dualistica. Che frustrazione cercare di descrivere il movimento d’ unità e integrazione necessario per la mia felicità, usando un bisturi che imponeva tagli e suture. La frustrazione era diventata così insopportabile che la mia energia creativa d’intuizione integrale (sono, aimè, mancino dalla nascita) era letteralmente drenata dalla costante tensione dell’impossibilità linguistica di condividerla (dividerla-con). Molte volte sono stato sul punto di dire ma a che serve fare lo psiconauta, scoprire mondi d’insospettabile grazia e completezza e sentirsi sempre e comunque solo? Meno male che la contropartita della mia coscienza era già in atto, la crisi e la dovuta distanza, la fiducia che se avessi avuto perseveranza, la fine del conflitto si sarebbe risolta da se, infatti due sedute importanti, una lettura geniale e bingo. Come, diciamo con Jole, il gettone è caduto. Mappa e Territorio. Com’ è sottile la differenza. Da una parte la mappa e il territorio non coincidono mai, dall’altra sia la mappa che il territorio sembrano essere parte imprescindibile l’una dall’altra. La mappa descrive la superficie, nell’atlante si possono solo vedere montagne ed oceani piatti, nel territorio si riesce ad evidenziarne le profondità, così come leggere gli innumerevoli atlanti della coscienza che descrivono la coscienza, dove i nostri sogni, intuizioni e memorie sono tracciate in maniera piatta. Nell’esperienza diretta solamente si può notare la profondità delle nostre esperienze. Quindi il mio conflitto di profondità ok, contro superficialità bad, si è risolto nella comprensione di un aspetto determinante che era omesso. Il possessore e l’osservatore sia della mappa che del territorio. Il navigatore di tutte le superfici/profondità, di tutti gli Alti/Bassi, di tutti gli esseri/non esseri, di tutti gli Spiriti/Materie, di tutti gli uomini/donne. Oops!! Uomini vs. Donne. Oggi le mie esperienze psiconautiche sono approdate al paradosso che determina la percezione del conflitto fra questi due fenomeni del cosmo. Conflitto che vivo non solo per la consapevolezza di come osservo nel mondo, in tutte le sue espressioni, lo stato gerarchico di predominio di un opposto (maschile) sull’altro (femminile), no, il conflitto è vivo anche dentro me, costantemente due flussi contrapposti dove “uno” deve necessariamente soffocare “l’altro” per conformarsi allo stato di supremazia che si osserva pure fuori. Ad oggi la mia sensibilità allenata dalla esperienza della mia doppia natura della coscienza mi porta costantemente ad agire nel mondo con una ennesima doppia modalità. Molte volte, non solo mi ritrovo a percepirmi, mosso dall’energia della mia parte femminile, ma, la cosa mi piace assai. Di contro, quando succede il contrario, sono e mi piace essere uomo. Una contraddizione in termini? Può essere, ma come ho detto prima, termini che si sono dovuti adattare a realtà esistenti nella coscienza, ed è proprio così. Autenticamente uomo/donna, non come un essere asessuato e con una qualche crisi d’identità psicosessuale, Come mi appare il mondo a riguardo è qualcosa di straordinario, qualsiasi movimento di conoscenza che si accinge a spiegarci il mondo lo fa per entrambi (sessi) dal punto di vista maschile. Dalle parodie religiose e dalla storia della chiesa si è visto una totale subordinazione della figura maschile a quella femminile. Basti pensare ad Adamo ed Eva, la scelta dellla credenza della verginità biologica della Madonna a semplicemente la scelta incondizionata di promuovere un Dio (o) maschile, ad entrambi i sessi. Ma cosa se ne fa una donna di un Dio esclusivamente maschile che detta leggi basate solo sull’individuazione/differenziazione, sul dominio dell’Uno sugli altri, sul non desiderare la donna d’altri, tu partorirai nel dolore e così via, in nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo, i fantastici quattro “O.” La religione ha contribuito costantemtente nel porre fine, nel sedare il dubbio che magari maschietti, ma ancor peggio qualche femminuccia potessero accingere ad una verità, magari, più equanime. Secoli e secoli di repressione psicologica affinchè tutti noi credessimo, fino ad oggi, a questa subordinazione di ruoli. Meno male, che poi si è risvegliato il nostro potenziale collettivo alla ragione. Non si può più credere alla verginità biologica della Madonna, tantomeno ad un Dio maschile, anzi ad un Dio e basta (ma quello è un altro discorso), l’epoca dell’oscurantismo è cessato, si và verso la modernizzazione, che implica un Dio/nonDio chiamato sua maestà il PENSIERO, i quattro “O” di prima compressi in Uno. Cazzo, l’Uno ha trazione integrale, quattro ruote motrici. Non voglio, ora, stare a far la disamina storica dell’evoluzione di questo fenomeno, ma raggiungere un accordo, sia per i maschietti che per le femminucce su quanto sia arduo nascondere questa “verità” con cui costantemente fare i conti: il peso della diversità. Sentire di amare l’altro rinuncando alla nostra “intimità” cosa significa per noi maschietti? Mentre, per noi donne, cosa significa amare l’altro, se la mia totale “fusione” con il rapporto, è messa a rischio? La crisi in una coppia, penso, generi paure diverse negli elementi fondamentali, appunto l’uomo e la donna. L’uno rivolto a salvaguardare l’ “io”, e l’altra che deve salvaguardare il “noi”. Indovina, a quale delle due tipologie corrisponde il tuo sesso? Fatto? Procediamo. Torniamo alla storia brevemente, Illuminismo e romanticismo, pensiero e gaia. Il periodo del romanticismo, ondata “femminile” che, nel mondo occidentale, favorisce la nascita di una visione del mondo, o meglio di Divinità con la (A). Welcome to the “GAIA’S WORLD”. Natura, fluidità, cura dell’altro, empatia, EMPATIA!!! Pensiero+Gaia, benvenuto nel mondo di Freud e la psicologia dell’Edipo. Grandisime scoperte all’interno della coscienza, l’inconscio di qualsiasi specie fa paura, non regge, bisogna trasferire questa paura su qualcosa d’altro, ah l’Ombra. Ancora una volta un “O” vs. “A”. Ora, torniamo, per un attimo al discorso di mappa e territorio. L’ego è sano se si differenzia da che? E per una donna? Il complesso di Elettra? Ma dai? E che è? Avete mai visto un solo libro, o forse per mia ignoranza indicatemelo, sull complesso d’Elettra? Io immagino la scelta di uno psicoterapeuta freudiano come si sente quando si troverà ad applicare la sua analisi nei confronti di pazienti donne. Dove fanno risalire la possibile causa di qualsiasi disturbo di relazione di una donna? Come indicano la mancata, probabile individuazione/differenziazione nella coscienza femminile? Visto che per almeno nei primi tre anni d’ età i figli di entrambi i sessi assorbono lo stesso imprinting materno, perché sono stati solo uomini che hanno osservato e creato una scienza che sanasse l’eventuale mancata differenziazione edipica per entrambi? E le mamme? Il rapporto che esiste a quell’eta tra mamma e figlia, e mamma e figlio si sviluppa, salvo intoppi, secondo due piani diametricalmente opposti. Il rapporto mamma - figlio caratterizzato da un graduale distacco, il maschietto deve risolvere dentro se questo cruciale distacco, per evitare di proiettare, in seguito, la figura introiettata, altrimenti inconscia, su qualsiasi aspetto che si tinge di rosa. Per le femminucce, si crea da subito un rapporto basato esattamente sull’opposto, ossia sull’attaccamento. Le due figure sembrano da subito avere un rapporto di mutua assistenza, la madre verso la figlia e viceversa, mentre nel rapporto con il figlio, l’assistenza è monodirezionale, esclusivamente dalla madre verso il figlio, e dal figlio verso se stesso. Nell’uomo il riuscito sganciamento dalla figura materna fornisce proprio le capacità di rimanere in sè, la super individualità ( non divisibile), l’uomo deve essere tutto di un pezzo, dovrà riuscire a trasformare il suo nucleo affettivo attraverso la logica del potere del me sugli altri, all’altezza di qualsiasi situazione dove è in pericolo la mia perdita d’ individualità, riuscendo in ciò sempre attraverso un sistema di leggi e codici basati sulla morale maschile. La donna nell’atttaccamento e nel prendersi cura dell’altro da sè, sviluppa una capacità di empatia, che le servirà per trasformare il suo nucleo affettivo più immediato con l’amore e la comprensione, l’accudimento cercando sempre di salvaguardare, di sacrificare sè per tenere la coesione e l’unita del gruppo. L’uomo riesce a sacrificare i suoi rapporti per salvare sè, la donna sacrifica più facilmente sè per salvare i suoi rapporti. Ora, per tornare alla polemica personale, ma perché nella nostra storia evolutiva abbiamo scelto di prediligere unidirezionalmente, di sbilanciarci tutti verso il maschile, relegando un potenziale d’empatia e cura femminile ad un ruolo di sottomessa subordinazione? Perché la sanità psicologica infantile ed adolescenziale, anni cruciali per il nostro sviluppo, viene applicata ad entrambi i sessi usando esclusivamente dati empirici raccolti da uomini? Piaget, Freud, Erickson, Kohlberg per citarne solo i più famosi. Questa collettiva inconscia sottomissione a questa tendenza, dal primo giorno della mia vita prescelto e destinato ad un ruolo di successo come maschio, o essere destinata dal primo giorno come femmina, impone alla donna che l’unica chance che ha per emanciparsi è di assomigliare il più possibile all’uomo. Ora annetterò un articolo scritto in occasione della presentazione del libro di Carol Gilligann “La nascita del piacere”.
Ma chi è la Gilligan?
Beh, sicuramente la mia fonte d’ispirazione attuale riguardo questa cruciale tematica.

Citazione dall’articolo del Manifesto del 25 settembre 2005
Voci dissonanti

È per questo, del resto, che Gilligan è a Milano, invitata per la seconda volta dal centro «Donne e differenza di genere» dell'Università statale. Bianca Beccalli e Chiara Martucci hanno curato per La Tartaruga (“Con voci diverse. Un confronto sul pensiero di Carol Gilligan”) gli atti del primo incontro con lei di due anni fa, e in questo libro è la stessa Gilligan a raccontare le tappe del suo percorso intellettuale. A fine anni Sessanta Gilligan, che oggi insegna alla New York City University, lavorava a Harvard, con Erikson e Kohlberg, in una ricerca sulle situazioni di conflitto morale, e nel `73, dopo la legalizzazione dell'aborto, decise di concentrarsi sul dilemma morale femminile sulla prosecuzione o interruzione di una gravidanza. In a different voice nacque dall'ascolto di quelle voci femminili «dissonanti», che «resistevano alle categorie della teoria psicologica e anche ai termini del dibattito pubblico sull'aborto» e spalancavano la porta alla scoperta di una differenza fra il soggetto morale maschile e femminile che a sua volta portava a «un modo diverso di parlare della condizione umana». Il nocciolo della scoperta stava nella messa a fuoco di una posizione etica femminile orientata alla relazione, contro quella maschile orientata all'individualismo; ma questo nocciolo, cui in seguito In a different voice è stato ridotto, non ne esaurisce e in parte rischia di tradirne il senso. Non si trattava infatti, sottolinea oggi Gilligan, di inchiodare donne e uomini a questa sorta di divisione sessuale del lavoro morale, ma di decostruirla e di cambiarne il segno. Quella distanza fra donne e uomini, che la teoria psicologica e il senso comune leggevano come spontanea vocazione delle donne all'oblatività verso l'altro («l'olocausto di sé» di cui nello stesso `73 scriveva in Italia Carla Lonzi) e degli uomini alla concentrazione sul sé, si rivelava una differenza indotta dall'iniziazione femminile all'ordine patriarcale e alle sue opposizioni binarie e gerarchizzate («la testa sul corpo, il pensiero sulle emozioni, il sé sulle relazioni, i padri sopra le madri»). Di più.
Correntemente interpretata come un deficit rispetto allo standard di autonomia del soggetto maschile, la posizione femminile si rivelava in realtà «non più deficiente ma differente», portatrice di un diverso modo di percepire e costruire la realtà, basato sulla rottura di quelle opposizioni, sul contatto fra corpo e testa e fra esperienza e linguaggio, sulla matrice relazionale dell'io e dell'esistenza umana. Il deficit era in realtà una risorsa. Diversamente interpretata, la differenza femminile apriva nella pratica un percorso di libertà - «le donne potevano rompere quello che era stato un cerchio perfetto: uomini autonomi che parlavano per se stessi, donne sottomesse che facevano eco ai giudizi degli uomini»- e comportava nella teoria, psicologica e politica, uno «spostamento del paradigma» tradizionale costruito sul preteso universalismo della misura maschile.
Rottura dell'ordine simbolico patriarcale, mancanza femminile ribaltata in risorsa, ripetizione del ruolo rovesciata in salto di libertà, spostamento del paradigma universalista: sono concetti e passaggi familiari a chi frequenta il pensiero italiano della differenza, che li ha elaborati negli stessi anni sulla base della pratica politica, e che ha via via modificato la pratica politica e la proposta teorica per evitare il rischio che vengano riassorbiti in un nuovo paradigma identitario o essenzialista, con donne e uomini, femminile e maschile, inchiodati a un rinnovato catalogo di vizi e virtù pubblici e privati.
Gli incontri milanesi con Carol Gilligan alla Casa della cultura e alla Statale, sono attraversati da questa preoccupazione, di cui Carol stessa ha fatto esperienza. È vero che In a different voice ha influenzato le lotte femminili e la teoria politica - basta pensare alla critica dell'individualismo e della grammatica dei diritti che si è sviluppata sulla base della categoria della relazione - , ma è anche vero che nella cultura americana mainstream, oggi battuta dal vento neocon, «il messaggio di quel libro è stato ricondotto al vecchio paradigma binario che voleva rompere»: donne dedite alla relazione e al lavoro di cura, mentre la virilità è oggetto di violente cure ricostituenti; nuove opposizioni fra sentimenti e ragione, nuove censure e cesure fra indicibilità dell'esperienza privata e retorica pubblica, fra emotività sociale e sovranità razionale.
Per questo, dice Gilligan, quel libro, che non voleva solo dare voce alla differenza femminile ma interpretare e trasformare la realtà con voce differente, va ripensato e rilanciato oggi che «vecchie voci tornano a occupare la scena»: quella della guerra, quella del fondamentalismo che in tutte le religioni si avvale di una base patriarcale, quella della sessuofobia che sottostà allo scontro pubblico sull'aborto, sui matrimoni gay e sulla procreazione assistita da una parte e dall'altra dell'Atlantico. Mentre le voci che continuano a battersi per il «cambio di paradigma» «vengono messe a tacere in nome dell'onore, della Verità, del nascondimento delle ferite e della vergogna».
La seconda scelta
Non sembra tanto la condizione delle donne quanto piuttosto quella degli uomini a preoccupare Gilligan oggi. Con la rivoluzione femminista, dice, «le donne hanno conquistato quella che il New York Times ha chiamato di recente the second choice»: amano il loro lavoro, frequentano università prestigiose eppure si prendono la libertà di disobbedire al diktat della carriera quando preferiscono dare spazio ad altre sfere di vita; la libertà femminile guadagnata può arretrare, ma non si perde. La virilità, invece, è bombardata dal backlash patriarcale: «cos'è un vero uomo? è ridiventata una preoccupazione centrale nel discorso pubblico americano». È stata la virilità americana infatti a essere messa in scacco e «ridicolizzata» dall'attacco dell'11 settembre: «e quando la virilità si sente ridicolizzata, reagisce con la violenza. Le donne lo sanno, e in questi casi sanno fare un passo indietro per prendere le distanze dalla violenza». Ma inevitabilmente questa ansia della virilità ha i suoi effetti anche sulle donne: tacita di nuovo la loro voce, fa ripartire il circolo della dissociazione fra emotività e razionalità, corpo e mente, relazionalità e decisione, «femminile» e «maschile». Donne e uomini, dice Carol, dovrebbero lottare insieme per spezzarlo, ma sono di nuovo le donne a dover fare da battistrada, o non se ne uscirà. Sono le donne più degli uomini, secondo lei, a essere potenzialmente portatrici di quella «resistenza» psicologica inscritta nel corpo che dicevamo all'inizio: perché nelle donne il processo di interiorizzazione delle scissioni e delle gerarchie dell'ordine patriarcale inizia più tardi che negli uomini, e lascia aperta e viva la memoria di una condizione non scissa e non gerarchizzata dell'esperienza e dell'emotività.
C'è qualche segno, di questa resistenza psicologica che può diventare politica? Secondo Carol c'è, anche se nella sfera più propriamente politica, o per meglio dire nella politica della rappresentanza, il vantaggio femminile guadagnato nell'ultimo quarto del Novecento sembra essere bruciato: nelle ultime elezioni presidenziali, il gender gap che era stato determinante per i due mandati di Clinton portandogli una considerevole percentuale in più di voti femminili, non ha funzionato, o si è spostato a destra. Ma nell'azione sociale le donne ricominciano a muoversi, come dimostra la stessa qualità della domanda , «mi dica perché è morto mio figlio» di Cindy Sheehan davanti al ranch di Bush in Texas, e il sostegno femminile che la sua azione ha avuto. E poi, sostiene Gilligan - che del presidente Bill Clinton è dichiaratamente nostalgica - «se Hillary si candiderà alla Casa Bianca, avrà un effetto simbolico dirompente sul mondo femminile». Basta questo? O ci vuole qualcos'altro per scuotere la società americana, ad esempio che la memoria dell'11 settembre si stacchi dalla retorica della vendetta? Fra le resistenze «memorizzate» dal corpo sociale, c'è «un'altra» memoria dell'11 settembre? «Sì, c'è, la memoria di una ferita che non domanda ritorsione ma coscienza dell'interdipendenza globale in cui tutti, anche la grande potenza americana, ci troviamo». Interdipendenza, relazione, amore, la sequenza sta qui. L'ultimo libro di Gilligan, tradotto un anno fa da Einaudi, si intitola La nascita del piacere, e rilegge il mito di Amore e Psiche nella chiave di una resistenza di Psiche alla reificazione, alla sottomissione, al sacrificio di sé, alla rinuncia della relazionalità che Amore vorrebbe imporle. Psiche non ci sta, mette a rischio tutto ma alla fine vince. Il mito parla ancora di noi per noi: «L'amore resta l'arma più potente da scagliare contro il paradigma della dissociazione. Non è un caso che nessuno oggi ne parli, spetta a noi donne squarciare questo silenzio, scandalosamente».
Questo, ovviamente è in riferimento alla condizione americana, ma penso sia la stessa ovunque. Forza donne, sta a voi scuotere le coscienze maschili, a ridestare la “mancanza” che si vivono negando la loro femminilità. Penso sia proprio questa la strada, evitando la vendetta, modalità come abbiamo visto, prettamente maschile. La strada del coraggio dell’emancipazione deve passare attraverso la forza dell’amore che risiede nei livelli superiori della coscienza, i domini transpersonali dove non esiste l’appannaggio maschile, no, lì in quei domini, voi donne realizzerete l’espansione della vostra empatia divina a tutte le creature del cosmo.

Beh!!, Jole con me c’ è riuscita, facendo da specchio, proprio come una maestrA, e riflettendo dentro la mia interiorità il suo/mio tesoro. Lo scrigno dove dentro trovo, la capacità d’amare l’altro rinunciando, a volte, alla mia rigida identità, che mi ha fatto sentire in tutta la mia vita, una negazione continua del bisogno dell’altro, strozzandomi in una morsa d’isolamento che quasi mi uccideva. La capacità d’empatia che colorisce ogni mia relazione rinnovando questo miracolo chiamato “noi” quotidianamente, e che placa questa innata spinta a dover competere contro tutto e tutti. La cessazione di vedere un nemico dietro ad ogni angolo.
La pace interiore si raggiunge solo quando, ad ogni chakra, livello, stadio della nostra coscienza, proprio là dove si trova ognuno di questi, se si osserva più attentamente si vedrà che sono “punti” nati dall’intersezione delle due energie, maschili e femminili che facendo l’AMORE, percorrono insieme sia in maniera ascendente che discendente, per unirsi nel capo formando una coppia d’ ali. Questo tipo di consapevolezza, penso possa essere utile epr ribilanciare questo squilibrio, che genera tutta la nostra infelicità.

di Luca Rossi febbraio 2008


Einstein Freud Buddha

Q: Per tornare al viaggio del Sè attraverso l’intero spettro della coscienza, possiamo affermare il fatto che gli stadi più alti della coscienza possono essere sabotati per via di repressioni negli stadi più bassi, vere e proprie guerre civili interne?

KW: Penso proprio di sì. Il Sè puo reprimere ed alienare aspetti di sè, con il risultato di avere meno energia potenziale per mantenere ulteriori sviluppi evolutivi, e presto o tardi questo porterà lo sviluppo ad uno stop.
Ecco un semplice esempio: diciamo che tu a livello della tua nascita hai potenziale 100 e mettiamo che durante la prima crescita si dissoci un “piccolo comparto” allo stadio 1 dello sviluppo morale, diciamo una scissione di dieci unità di sè. Si arriverà, quindi allo stadio 2 della morale con 90 unità rimaste.
Perciò il sè si troverà con le 90 unità e con il comparto subconscio di dieci bloccate al livello 1, residente al piano terra, che usa il suo 10% di consapevolezza nello sforzo di plasmare l’intero organismo ad agire secondo i suoi arcaici desideri, pulsioni e interpretazioni. E ciò è possibile ovunque nel cammino di sviluppo e di crescita. Il punto è che una volta raggiunta l’età adulta, avremmo facilmente potuto perdere il 40, 50% del nostro potenziale, perso in separati e dissociati piccoli sè, piccoli scomparti, piccoli segreti soggetti, che tendono a rimanere al livello dove ebbe luogo la dissociazione.
Perciò, si avranno questi piccoli “barbari” che infuriano al pian terreno, che impulsivamente ordinano di essere accuditi, di essere serviti, di essere il centro dell’universo, e che diventano incredibilmente violenti se non vengono soddisfatti. Questi urlano e strillano e mordono e pizzicano, e siccome noi non sappiamo neppure che sono lì, interpretiamo il loro movimento interiore
come depressione, ansia, e come qualsiasi sintomo nevrotico.
Q: E questo di sicuro danneggerà anche i livelli più alti di crescita?
KW: Sì, il fatto è perché questi piccoli soggettti tendono a drenare energia per garantirsi la permanenza al loro livello. Non solo usano energia per auto - affermarsi, ma l’energia con cui noi vogliamo combatterli ci drena ulteriormente, e ben presto si entrerà in rosso fisso nell’indicatore di energia vitale.
Sì, sicuramente anche i livelli alti saranno sabotati. Diciamo che per raggiungere il livello sottile o psichico necessiti di 65 unità e ne hai solo 60
Di sicuro tu quel livello non lo raggiungerai. Ecco perché noi dobbiamo integrare Freud e Buddha (n.d.r e io aggiungo Einstein), vogliamo integrare la “psicologia della profondità” con la “psicologia dell’altezza”. Infatti per la prima volta nella storia del genere umano , abbiamo la possibilità di avere accesso a tutti e Due (Tre) . Le profonde scoperte dell’Ovest moderno, l’intera nozione dell’inconscio psicodinamico, e l’integrazione con le scoperte delle antiche tradizioni mistico contemplative, sia orientali che occidentali, al fine di avere un approccio a “tutto spettro”.
Q: L’importanza di unire Freud e Buddha (e il buon vecchio Zio Albert) stà nel fatto che se si hanno il 40% del potenziale bloccato al piano terra, è più che sicuro che non ce la farai a relizzare l’attico, come regola generale.
KW: Come regola generale: se non fai amicizia con Freud e Buddha non ci arriverai mai?

Con la psicologia del profondo si possono ri-contattare quei sintomi (oloni) ed esporli alla coscienza, per essere finelmente liberati dalla loro fissazione e dissociazione, per raggiungere ii sottostante flusso della coscienza. Possono reinserirsi nel programma iniziale, e cessare le loro reazionarie e antievolutive resistenze nei bassifondi della coscienza. Questi oloni possono essere reintegrati nel tuo Sè primario così da avere riacquisito quel potenziale perso e ritrovarti ora ad un 70 80%, e con questa energia ora riprendere il cammino verso i livelli sottili e transpersonali della coscienza. E se ciò avviene, se la crescita transpersonale è ingaggiata con grande vigore e intensità, potresti trovarti non solo a salire la SCALA, ma a mollarla del tutto.
In termini Zen si potrebbe dire: Tu sei in cima ad un palo alto cento metri, e comunque, ancora, devi fare un ulteriore passo. Come fai a fare un passo in cima ad un palo alto cento metri, dove sarai una volta fatto il passo?
Quando si fa il passo dalla Scala, sei in caduta libera nel Vuoto. Dentro e fuori, soggetto e oggettto, perdono il loro significato. Non sei più “dentro qui” guardando il mondo “là fuori”!. Tu non stai guardando il Kosmo, tu sei il Kosmo. L’universo annuncia se stesso, splendente ed ovvio, chiaro e raggiante, con niente fuori e niente dentro, un gesto senza fine di grande perfezione, raggiunta spontaneamente. Autentica scintilla Divina in ogni vista ed in ogni suono. Il sole splende non sopra te ma dentro te, ed intere galassie sono nate e morte all’interno del tuo cuore. Spazio e Tempo luccicanti immagini danzanti di fronte al raggiante Vuoto e l’intero universo perde tutto il suo peso. Puoi bere la Via Lattea in un semplice sorso, e mettere Gaia sul palmo della tua mano e benedirla, e tutto sembra la cosa più normale del mondo, così normale da non pensarci più.

Un regalo per la mia bella Vale
Da Ken Wilber e me

Traduzione di Luca Rossi da:
“Brief History of Everything” di KEN WILBER


GESÙ: LA SUA RELIGIONE O LA RELIGIONE CHE PARLA DI LUI? Alan Watts

Qualche anno fa, avevo appena finito un discorso in televisione quando uno degli annunciatori mi si avvicinò e disse: «Se si deve credere che questo universo è nelle mani di un Dio intelligente e benevolo, non pensa che Egli ci avrebbe fornito un'infallibile guida di comportamento e la verità sull'universo?» Naturalmente io sapevo che quella persona per guida infallibile intendeva la Bibbia. Così risposi: «No, proprio per niente, perché penso che un Dio d'amore non darebbe ai Suoi figli qualcosa che farebbe marcire il loro cervello». Se avessimo una guida infallibile non penseremmo mai per conto nostro e perciò la nostra mente si atrofizzerebbe. E come se mio nonno mi avesse lasciato un'eredità di un milione di dollari; sono contento che non sia andata così. Perciò dobbiamo iniziare qualsiasi discussione sul significato della vita e degli insegnamenti di Gesù con uno sguardo alla spinosa questione dell'autorità, in particolar modo dell'autorità delle Sacre Scritture. Soprattutto negli Stati Uniti c'è un enorme numero di persone che sembra credere che la Bibbia sia scesa dal cielo, portata da un angelo, nell'anno 1611, cioè quando la cosiddetta versione King James, o più correttamente, la Versione Autorizzata della Bibbia, venne tradotta in inglese. Avevo uno zio un po' pazzo che credeva che ogni parola della Bibbia fosse letteralmente vera, comprese le note a margine. Qualsiasi data indicata in queste note (per esempio, che il mondo è stato creato nel 4004 a.C.) egli credeva fosse parola di Dio. Un giorno stava leggendo un passaggio nel Libro dei Proverbi e vi trovò una parola disdicevole; da allora in poi non ne ha voluto più sapere. Fino a che punto si può diventare protestante? La questione dell'autorità necessita di essere capita. lo non pretendo di avere nessuna autorità in ciò che vi dico, ad eccezione dell'autorità della storia. Naturalmente si tratta di un'autorità molto incerta; ciò nonostante, dal mio punto di vista, i quattro Vangeli devono essere considerati, nell'insieme, come documenti storici. Voglio perfino riconoscere i miracoli: di norma, infatti, essendo io una persona profondamente influenzata dal buddhismo, non ritengo i miracoli particolarmente impressionanti. Le tradizioni dell'Asia (l'induismo, il buddhismo, il taoismo e così via) sono piene di storie di miracoli, che vengono accettati con grande facilità. Nessuno, me compreso, pensa che siano segni particolari. Sono solo dovuti al potere psichico. Naturalmente noi occidentali, grazie alla scienza e alla tecnologia, abbiamo compiuto cose strabilianti. Potremmo far saltare in aria l'intero pianeta. Nemmeno i maghi tibetani hanno immaginato di fare gesta del genere. E’ per questo che il crescente interesse per i poteri paranormali, che io chiamo “psicotecniche”, mi fa un po' paura: abbiamo combinato già tanti pasticci con la tecnica ordinaria che solo il cielo sa che cosa faremmo se ci impadronissimo della psicotecnica e cominciassimo a risuscitare i morti, a prolungare la vita in modo intollerabile e a realizzare tutto quello che desideriamo.
In due parole, l'idea dei miracoli è semplicemente questa: immaginate di essere Dio e di poter avere perciò tutto quello che volete. Dopo qualche tempo, comincereste a dire: «E’ noioso sapere in anticipo ciò che succederà». A un certo punto vi verrebbe una gran voglia di una sorpresa. Ed ecco che vi trovate seduti in questa chiesa, stasera, come esseri umani. Sì, i miracoli sono probabilmente possibili e per la verità non mi interessano granché. Se leggiamo gli scritti dei primi padri della Chiesa, i grandi teologi come san Clemente, Gregorio di Nissa, san Giovanni Damasceno e perfino san Tommaso d'Aquino, troviamo che per loro i miracoli sono un dato di fatto e quindi non ne parlano. Non sono interessati neppure alla storicità della Bibbia. A loro importa il significato più profondo. E allora vedono nella storia di Giona e della balena una prefigurazione della resurrezione di Cristo. Perfino quando parlano della resurrezione di Cristo, non si curano della chimica o della fisica di un corpo risorto. Ciò che a loro interessa è l'idea metafisica: la resurrezione del corpo ha qualcosa da dire sul significato del corpo fisico; scoprono cioè che il corpo fisico non è qualcosa senza valore, qualcosa di non spirituale, ma è un oggetto dell'Amore Divino. Perciò non mi occuperò della veridicità dei miracoli. Mi sembra completamente fuori bersaglio.
Come dicevo prima, considero i quattro Vangeli (e quindi anche il Vangelo di Giovanni), nell'insieme, un buon documento storico, tanto quanto ogni altro documento storico che abbiamo di quel periodo. E di moda considerare il Vangelo di Giovanni il più recente. Verso la fine del secolo scorso i maggiori critici del Nuovo Testamento datarono il Vangelo di Giovanni intorno al 125 d.C., per una ragione molto semplice. Quei critici presumevano che gli insegnamenti essenziali di Gesù non potessero includere una complicata teologia mistica. Dunque, affermarono: «Deve essere più tardo». Ma in realtà nel testo del Vangelo di Giovanni la topografia di Gerusalemme e i riferimenti al calendario ebraico sono più precisi di quelli contenuti negli altri tre libri di Matteo, Marco e Luca. Quindi mi sembra assolutamente logico presumere che Giovanni registrasse gli insegnamenti esoterici che Gesù impartiva ai suoi discepoli e che Matteo, Marco e Luca prendessero nota delle lezioni più essoteriche che Gesù dava a tutti.
Che cosa si può dire dell'autorevolezza di queste Scritture? Molte persone non sanno nemmeno in che modo siamo arrivati ad avere la Bibbia come testo sacro. Noi occidentali la possediamo grazie alla Chiesa cattolica, che ha raccolto e coordinato i libri del Nuovo Testamento e ha adottato i testi del Vecchio Testamento. Così, è stata la Chiesa cattolica a diffondere la Bibbia, dicendo: «Vi diamo queste Scritture in base alla nostra autorità e attraverso l'autorità della tradizione informale che è sempre stata tra di noi sin dall'inizio e che è stata ispirata dallo Spirito Santo». Dunque, storicamente, abbiamo ricevuto la Bibbia perché la Chiesa ha deciso così.
La Chiesa cattolica sostiene perciò, parlando collettivamente sotto la presunta guida dello Spirito Santo, di avere l'autorità di interpretare la Bibbia e noi non possiamo fare altro che prendere o lasciare. E ovvio che l'autorevolezza della Bibbia non è, prima di tutto, basa sulla Bibbia stessa. Pure io posso scrivere una Bibbia e affermare che è veramente la parola di Dio che ho ricevuto direttamente, e voi siete liberi di prestarmi fede o no. Gli induisti credono che i Veda siano una rivelazione divina e sono ispirati da altrettanto fervore religioso come lo sono i cristiani o gli ebrei. I musulmani credono che il Corano sia di ispirazione divina e alcuni buddhisti credono che i loro Sutra siano anch'essi di origine divi¬na, o per dire meglio, siano stati dati da Buddha stesso. I giapponesi credono che gli antichi testi dello scintoismo siano similmente di origine divina. Chi può giudicare? Se vogliamo discutere su quale versione della verità sia quella corretta finiremo fatalmente in una disputa in cui pubblico ministero e giudice sono la medesima persona; nessuno vorrebbe una cosa del genere, in caso dovesse comparire in tribunale. Se affermassi che Gesù Cristo è l'essere più grande mai apparso sulla terra, in base a che cosa lo direi? Ovviamente esprimerei il mio giudizio personale, basandomi sui principi che mi sono stati inculcati, in quanto sono cresciuto in una cultura cristiana. Non esiste una persona imparziale che può decidere quale sia la migliore tra tutte le religioni, perché ogni individuo, in un modo o nell'altro, è stato influenzato da una di esse. Così, se la Chiesa asserisce che la Bibbia è vera, la valutazione finale spetta al singolo individuo. Credete alla Chiesa o no? Se nessuno le crede, è assolutamente chiaro che la Chiesa non ha nessuna autorità, perché è sempre la gente la fonte dell'autorità. Ecco perché Charles de Tocqueville disse che il popolo riceve il governo che si merita. Qualcuno potrebbe obiettare: «Ma è Dio stesso che possiede l'autorità». Come lo dimostriamo? E’ una nostra opinione. Al che, quella medesima persona potrebbe controbattere: «Aspettate e vedrete. Il giorno del Giudizio Universale sta per arrivare e allora capirete chi è l'autorità». Sì, ma per il momento il Giorno del Giudizio non è in vista. Anche questa è solo una nostra opinione. Non c'è modo di trovare una risposta reale: dobbiamo rifarci alle opinioni di altri, opinioni che noi facciamo nostre. Io non voglio negare a nessuno il diritto di esprimere il proprio parere. Potete certamente credere che la Bibbia sia vera alla lettera e che sia stata effettivamente dettata da Dio a Mosè, ai profeti e agli apostoli. Questa può essere la vostra opinione e voi siete liberi di averla.
Ma io non sono d'accordo con voi. Per un certo verso, credo che la Bibbia sia ispirata dal Divino. Però, per me, l'ispirazione è qualcosa di completamente diverso dal ricevere un messaggio dettato da un'autorità onnisciente. Io penso che l'ispirazione arrivi raramente in parole. Infatti, quasi tutte le parole scritte mediante scrittura automatica, per un impulso paranormale, mi sembrano piuttosto povere. Quando le persone dotate di questi poteri scrivono sulla profondità dei misteri (invece di dirvi che malattia avete o chi è stata vostra nonna), diventano superficiali. La filosofia comunicata attraverso i poteri paranormali non è mai così interessante come quella su cui si è meditato a lungo.
L'ispirazione divina, comunque, non è questo tipo di comunicazione verbale o paranormale. Un esempio di ispirazione divina è quella che, per ragioni che non possiamo capire, ci spinge ad amare la gente. L’ispirazione divina è saggezza ed è molto difficile da esprimere in parole. E un'esperienza mistica. Una persona che scrive dopo aver vissuto una tale esperienza potrebbe essere definita una persona ispirata da! Divino. L'ispirazione può arrivare in sogno oppure attraverso messaggi archetipici dall'inconscio collettivo, tramite il quale si potrebbe dire che opera lo Spirito Santo. Ma poiché l'ispirazione è sempre trasmessa per mezzo di un veicolo umano, essa è soggetta a essere distorta da tale veicolo. Io vi sto parlando con un sistema sonoro, ma se vi fosse qualcosa che non funzionasse, qualsiasi verità esprimessi verrebbe distorta. Sarebbe falsata la mia voce e voi fraintendereste ciò che voglio dire. Similmente, tutti quelli che ricevono un'ispirazione divina la esprimono nella lingua che conoscono. Per lingua non intendo soltanto l'inglese, l'italiano, il latino, il greco, l'ebraico o il sanscrito. Con il termine “linguaggio” mi riferisco ai concetti che l'uomo ha a disposizione: inevitabilmente, dunque, l'essere umano si esprime attraverso i concetti della religione in cui è cresciuto.
Ora, supponiamo di essere stati educati in un paese cristiano. Tutto quello che sappiamo della religione ci proviene dal cristianesimo; se perciò qualcuno avesse un’esperienza mistica del tipo in cui improvvisamente ci si accorge di essere uno con Dio, questa persona si alzerebbe e direbbe: «Sono Gesù Cristo». Ma la cultura in cui viviamo non permette assolutamente un’affermazione del genere. La gente confuterebbe: «Non sembri Gesù Cristo che ritorna, perché le Scritture dicono che quando Gesù ritornerà, apparirà nei cieli insieme con legioni di angeli. Non ci pare che questo sia il tuo caso. Sei sempre il vecchio Mario Rossi che abbiamo conosciuto anni fa, anche se ora dici di essere Gesù Cristo». «Beh,» replicherebbe Mario Rossi, «anche quando Gesù Cristo diceva di essere Dio, nessuno gli credeva.» Ma Gesù diceva di essere Dio perché stava cercando di esprimere ciò che gli era accaduto nei termini di un linguaggio religioso legato alla sacra Bibbia. Non aveva mai letto le Upanishad, né il Sutra di Diamante. Non aveva mai letto nemmeno il Libro Tibetano dei Morti, o l’I Ching, o Lao-tzu. Ma se Gesù e la sua cultura, cioè la società in cui viveva, avessero letto le Upanishad, non avrebbero avuto difficoltà nel capire la sua affermazione di essere Dio.Perché nelle Upanishad è scritto che noi tutti siamo incarnazioni di Dio; anche se, è vero, non intendono la stessa cosa che vogliono dire gli ebrei con il concetto “Dio” e naturalmente non si servono di questa parola, ma usano il termine Brahman. Il Brahman non è personale né impersonale. Io direi che il Brahman è superpersonale. Brahman non è né maschile né femminile. Brahman non è il creatore del mondo (quest’ultimo concepito come qualcosa di inferiore e soggetto al Brahman) ma è l’attore del mondo, colui che recita tutti i ruoli. Come un attore immerso nella parte, lo spirito divino è talmente coinvolto nel ruolo che ne rimane ammaliato. Anche tutto questo fa parte del gioco: l’essere stregati al punto di credere: io sono quel ruolo.
Quando eravate neonati sapevate chi eravate. Gli psicanalisti definiscono tale stato “sensazione oceanica”. Per la verità, agli studiosi questa constatazione non piace molto, ma devono ammettere che il neonato non è in grado di fare una distinzione tra il mondo e la maniera in cui si comporta nel mondo. Per lui è un processo unico: e, in realtà, le cose stanno proprio così. Tuttavia, molto in fretta ci viene insegnato ciò che siamo e ciò che non siamo. Impariamo velocemente che cosa sia volontario e che cosa sia involontario, perché ci possono punire per le cose volontarie ma non per quelle involontarie. Così, disimpariamo ciò che sapevamo all’inizio. E nel corso della vita, se siamo fortunati, riscopriamo chi siamo veramente: che ognuno di noi è ciò che in arabo o in ebraico verrebbe definito “Figlio di Dio”. L’espressione “Figlio di” significa “della natura di”, come quando apostrofate qualcuno “figlio di buona donna”. Così, “Figlio di Dio” vuol dire “persona divina”, un essere umano che ha la natura di Dio e ne è consapevole.
La mia ipotesi o opinione è che Gesù di Nazareth sia stato un essere umano come Buddha, Sri Ramakrishna, Ramana Maharshi, i quali negli anni dell’adolescenza hanno avuto esperienze colossali di ciò che chiamiamo “coscienza cosmica”. Non bisogna appartenere a un tipo particolare di religione per sperimentarla. Può accadere a tutti, in ogni momento, come quando ci si innamora. Questa esperienza, ovviamente, può essere di un livello più o meno elevato a seconda dei casi, ma esiste in tutto il mondo e quando accade a voi, lo sapete. Talvolta succede dopo una lunga pratica di meditazione e di disciplina spirituale; altre volte invece avviene senza una ragione precisa. Diciamo che è la grazia di Dio. Allora nasce la certezza che fino a quel momento avevamo frainteso la nostra identità. Io non sono semplicemente il vecchio Alan Watts; questo è completamente superficiale. Invece scopro di essere l’espressione di qualcosa di eterno, un nome che non può essere pronunciato, come il nome di Dio era tabù per gli ebrei. Io sono, e improvvisamente capisco esattamente perché ogni cosa è così com’è. Tutto diventa perfettamente chiaro. Inoltre, non sento più nessun confine tra ciò che faccio e ciò che mi succede. Sento che ogni cosa che avviene è una mia azione né più né meno come è una mia azione il respirare. Siete voi che respirate o vi accade? Potete percepirlo in entrambi i modi. C’è questo grande evento che sta succedendo. Se nelle retrovie della mente sapete come si chiama, direte che questo evento è Dio, o la volontà di Dio, o l’opera di Dio. Se non avete in mente un nome preciso, potete dire insieme con i cinesi: «E’ lo scorrere del Tao». O se siete induisti, direte: «E la màyâ del Brahman». Mâyâ vuol dire potere magico, l’illusione creativa, il gioco.
Capite bene, dunque, perché gli individui a cui succede una simile esperienza si sentano sinceramente ispirati. Molto spesso vengono pervasi da un sentimento di profondo calore umane, perché vedono il Divino negli occhi di tutti. Quando il grande mistico induista-musulmano Kabir era già molto vecchio, guardava le persone attorno a lui e chiedeva: «A chi devo predicare?» Vedeva l’Amato negli occhi di tutti. Talvolta anch’io guardo negli occhi delle persone e vedo che possiedono la stessa Presenza nelle loro profondità. Eppure l’espressione sui visi sta chiedendo: «Chi, io?» E divertente, ma è proprio così: ognuno sta svolgendo un ruolo essenziale in questo colossale teatro cosmico. La presenza dell’Amato pervade talmente tutto e tutti che la si può percepire anche in gente che ci è molto antipatica.
Supponiamo ora che Gesù avesse avuto un’esperienza del genere. Come ho detto, queste esperienze hanno vari livelli di intensità. La sua poteva essere stata una di quelle veramente forti. Dalle parole di Gesù, soprattutto quelle riportate nel Vangelo di Giovanni, qualsiasi studioso di psicologia della religione deduce facilmente che tale esperienza deve senz’altro aver avuto luogo, o perlomeno deve essere successo qualcosa che le somiglia molto. Tuttavia Gesù aveva una limitazione: non conosceva altre religioni oltre a quelle del Vicino Oriente. Forse sapeva qualcosa sulla religione egiziana e su quella greca, ma conosceva soprattutto quella ebraica.
Coloro che pensano che Gesù fosse Dio presumono che Egli dovesse essere onnisciente. Tuttavia, san Paolo ci dice chiaramente nella sua Epistola ai Filippesi che Gesù rinunciò ai poteri divini per essere uomo.
«Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte.» I teologi definiscono questa spoliazione kenosis, che vuol dire appunto “svuotarsi del proprio sé”. E’ ovvio che un essere onnipotente e onnisciente non sarebbe mai stato realmente un uomo.
Persino se prendiamo in considerazione la dottrina cattolica ortodossa sulla natura di Cristo (vale a dire che Gesù era vero Dio e vero uomo), dobbiamo dire che per un vero Dio essere unito a un vero uomo significa che il primo deve volontariamente rinunciare a qualcosa: all’onniscienza, all’onnipotenza e all’onnipresenza.
Come è scritto nel Vangelo di Giovanni, Gesù aveva detto ad alcuni discepoli scelti: «Prima che Abramo fosse, lo sono». «Io sono la via, la verità e la vita.» «Io sono la resurrezione e la vita.» «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.» Io e il Padre siamo Uno. «Chi ha visto me, ha visto il Padre.» Questo linguaggio non può essere frainteso. Gli ebrei non capirono ciò che Gesù intendeva dire e lo uccisero, ovvero lo fecero uccidere, per blasfemia. Ma questo non deve causare un risentimento particolare nei confronti degli ebrei, perché è sempre stato così, anche presso altri popoli. E’ successo, per esempio, a un grande mistico sufi della Persia che visse la stessa esperienza.
Allora, come è andata la storia nel caso di Cristo? Gli apostoli non hanno capito il punto. Sono sempre stati pieni di riverenza nei confronti dei miracoli di Gesù e lo hanno venerato come la gente venera un guru (sapete bene fino a che punto si può arrivare). Perciò i cristiani dissero: «Gesù di Nazareth era il Figlio di Dio. Ma fermiamoci a lui: nessun altro è come lui». E così misero Gesù sopra un piedistallo, cioè in una posizione elevata e sicura, di modo che la sua esperienza di coscienza cosmica e i problemi che ne derivarono non si sarebbero ripetuti un’altra volta e non avrebbero più recato noie a nessuno. Coloro che ebbero la medesima esperienza e la raccontarono ai tempi in cui la Chiesa deteneva il potere politico vennero quasi invariabilmente perseguitati. Giordano Bruno fu bruciato sul rogo. Giovanni Scoto Eriugena fu scomunicato. Le tesi di Meister Eckhart furono condannate e così via. Alcuni mistici se la cavarono, ma solo perché usarono un linguaggio molto prudente.
Quindi, vedete che cosa succede? Se mettete Gesù sopra un piedistallo, strangolate il Vangelo dalla nascita. Vangelo significa “buona novella” ma io non riesco proprio a pensare dove sia la buona novella nel Vangelo così come è arrivato a noi. C’è la rivelazione di Dio in Cristo, in Gesù, e a noi viene richiesto di seguire la sua vita e il suo esempio, ma senza avere il vantaggio di essere figli del capo. La tradizione del fondamentalismo cattolico e protestante ci presenta Gesù come un fenomeno, nato da una vergine, il quale sa di essere il Figlio di Dio, di avere il potere di compiere miracoli, ed è perfettamente consapevole del fatto che è impossibile ucciderlo per davvero, visto che alla fine risusciterà. Noi sappiamo che nessuna di queste cose ci riguarda, però ci viene chiesto di caricarci sulle spalle la nostra croce e di seguirlo. E così, ecco che cosa succede: ci viene fornito un Vangelo che è, di fatto, una religione impossibile. E’ impossibile seguire la via di Cristo e molti cristiani lo ammettono: «Sono un miserabile peccatore. Non riesco a imitare l’esempio di Cristo». Il cristianesimo ha istituzionalizzato la colpa come una virtù. E ovvio che non riusciremo mai a raggiungere il livello di Gesù e perciò abbiamo sempre presente davanti a noi questa manchevolezza. Più la percepiamo, più ci accorgiamo del profondo abisso che c’è tra l’uomo e Cristo. Possiamo andare a confessarci e se abbiamo un confessore buono, caro e comprensivo, non si arrabbierà con noi. Ci dirà invece: «Figlio mio, sai di avere gravemente peccato, ma devi renderti conto che l’amore di Dio e di nostro Signore Gesù Cristo è infinito e che naturalmente sei perdonato. Come segno di ringraziamento, recita tre Ave Maria». Possiamo aver commesso un omicidio, rapinato una banca, fornicato a destra e a manca e così via, e sentirci terribilmente male per quanto abbiamo fatto («Ho ferito Gesù, ho addolorato lo Spirito Santo!»), ma sappiamo anche, in fondo alla nostra mente, che ricominceremo da capo. Non possiamo farci niente. Ci proviamo e falliamo e il senso di colpa sarà sempre più grande: questo è il cristianesimo della maggior parte delle persone.
C’è però anche un cristianesimo molto più sottile: quello dei teologi, dei mistici e dei filosofi. Vi garantisco che non è quello che viene predicato dai pulpiti, da Billy Graham e da coloro che io definisco fondamentalisti cattolici e protestanti. Come potrebbe essere dunque il vero Vangelo? La vera buona novella non è semplicemente che Gesù di Nazareth era il Figlio di Dio, ma che era un potente Figlio di Dio venuto ad aprire gli occhi di tutti alla verità che ognuno di noi è un potente figlio o figlia di Dio. Questo fatto è perfettamente chiaro se leggiamo il trentesimo versetto del decimo capitolo del Vangelo di Giovanni, dove Gesù dice: «Io e il Padre siamo Uno». Quando afferma ciò, vi sono attorno a Lui alcuni individui che non sono discepoli intimi e che ne rimangono scandalizzati. Raccolgono immediatamente alcune pietre per lapidarlo. Ma Gesù chiede: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre mio; per quale di esse mi volete lapidare?» Quelli rispondono: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio». E Gesù, citando il Salmo 82, replica: «Non è forse scritto nella vostra Legge: “Io ho detto: voi siete dèi”? Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio (e la Scrittura non può essere annullata) come potete dire a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo: “Tu bestemmi”, perché ho detto: “Sono Figlio di Dio”?»
C’è tutto un mondo in queste poche parole. Se leggete la Bibbia inglese, la cosiddetta King James Bible (la versione discesa con l’angelo) vedete che le parole “Figlio di Dio”, “il Figlio di Dio”, sono in corsivo. La maggior parte della gente pensa che con il corsivo si sia voluto dare maggiore enfasi, ma non è vero. Il corsivo sta per le parole interpolate dai traduttori, perché il testo originale greco non è scritto così. Dice: «(Un) figlio di Dio». Mi sembra evidente che anche Gesù non si riferisca unicamente a se stesso quando asserisce: «Io sono la via. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me». Questo “io sono”, questo “me”, è il Divino dentro ciascuno di noi, quello che in ebraico si tradurrebbe “il Signore”, Adonai. Si è speculato molto sull'argomento, da parte degli ebrei esoterici, dei cabalisti e dei chassidim.
La Conoscenza è stata continuamente repressa, attraverso l'intera storia della religione occidentale, perché tutte le religioni hanno adottato la forma di monarchie celesti, scoraggiando perciò la democrazia nel regno dei cieli. La conseguenza degli insegnamenti dei mistici tedeschi e fiamminghi del XV secolo ha portato alla nascita di movimenti come quelli degli anabattisti, dell'Unità dei Fratelli, dei quaccheri e di altri. Questi movimenti spirituali arrivarono negli Stati Uniti e contribuirono alla fondazione di una repubblica e non di una monarchia. Come si può dire che una repubblica sia la migliore forma di governo se si è convinti che l'universo è una monarchia? E ovvio che se Dio è in cima alla monarchia, questa è la migliore forma di governo. Eppure, molti cittadini americani che pensano di dover credere che l'universo sia una monarchia sono in continuo conflitto con la repubblica. E’ soprattutto da cristiani bianchi e razzisti che proviene la minaccia di fascismo nel nostro paese, perché questi hanno una religione militante, che non è la religione di Gesù. La sua religione era la realizzazione della divinità nell'uomo, mentre la religione su Gesù lo mette sopra un piedistallo dicendo che soltanto quest'uomo, di tutti i figli nati da una donna, era divino. La religione cristiana parla di sé come di una Chiesa militante. «Avanti, soldati cristiani, marciate come se foste in guerra». E’ assolutamente esclusiva, convinta ancora prima di studiare le dottrine di qualsiasi altra religione, di essere la prima. E così diventa una religione di fenomeni strani, proprio come essa stessa ha fatto di Gesù una specie di fenomeno, insistendo nell'affermare che era un uomo fuori del normale.
Rivendica la propria unicità e non si accorge che ciò che insegna sarebbe molto più credibile se fosse veramente “cattolico”, cioè universale, se riaffermasse le verità conosciute da tempi immemorabili e rivelate in tutte le culture del mondo. Suppongo che un protestante liberale direbbe: «Sì, anche queste altre religioni sono molto buone. Indubbiamente Dio si è rivelato attraverso Buddha e Lao-tzu, ma nessuna di esse è la religione suprema». Ora, possiamo essere leali verso Gesù come lo siamo verso il nostro paese, ma non serviamo il paese se pensiamo che esso sia necessariamente il migliore di tutti. E un cattivo servizio che gli facciamo, perché rifiutiamo di essere critici quando la critica è appropriata. La stessa cosa vale per la religione. Ogni religione dovrebbe essere autocritica. Altrimenti degenera rapidamente in presunzione ipocrita. Quando applichiamo una critica reale alla religione su Gesù, vediamo che egli non parlava di un evento strano, straordinario, storico, ma con una voce che si è unita ad altre voci, prima di lui, in altri luoghi e in altri tempi, ha detto: «Svegliatevi! Svegliatevi e siate consapevoli di chi siete».
Io non penso che la Chiesa diventerà profonda fino a quando non comincerà a parlare dei veri insegnamenti di Gesù. Invece, il protestantesimo e il cattolicesimo popolare non dicono nulla sulla religione mistica. Il messaggio del pastore, del sacerdote, per cinquantadue domeniche l'anno è: «Cari fratelli, siate buoni». Lo abbiamo sentito fino alla nausea. Magari, occasionalmente, ci hanno propinato un sermone su ciò che succede dopo la morte, oppure sull'essenza di Dio, ma la predica fondamentale ripete: «Siate buoni». In realtà, il vero interrogativo è: come possiamo cambiare in meglio senza aver vissuto un'esperienza religiosa? E con questo intendo dire qualcosa di molto più profondo che non l'emozione che si può provare sentendo o cantando le parole dell'inno: «Avanti, soldati cristiani».
Il problema delle nostre vicende ecclesiastiche è che in realtà gestiamo una bottega di chiacchiere. Preghiamo, diciamo a Dio che cosa deve fare o gli diamo qualche consiglio, come se Egli ne avesse bisogno. Ma andiamo a leggere le Scritture. Gesù disse: «Voi scrutate ogni giorno le Scritture credendo di avere in esse la vita eterna». San Paolo fece qualche strano riferimento allo «spirito che dà la vita, mentre la parola uccide». Io penso che la Bibbia dovrebbe essere cerimonialmente e con grande riverenza bruciata a ogni Pasqua, nella fiducia che non ne abbiamo più bisogno, perché lo spirito è con noi. È un libro pericoloso e venerarlo è un’idolatria molto più pericolosa che inchinarsi davanti a immagini in legno o in pietra. Nessuno può ragionevolmente scambiare un’immagine di legno per Dio, ma si può confondere con facilità un insieme di idee con Dio, perché i concetti sono più rarefatti e astratti.
Questo infinito parlare e predicare nelle chiese non porta generalmente a nulla, ma provoca un senso di ansia e di colpa. Non è possibile amare, avendo come base questi complessi. Nessun rimprovero, nessuna dimostrazione razionale sul modo corretto di comportarsi può ispirare sentimenti d’amore nella gente. Deve accadere un’altra cosa. Ma, voi direte: «Che cosa dobbiamo fare allora?» Non avete fede? Dunque, state zitti. Ma, nemmeno i quaccheri rimangono in silenzio, in un silenzio interiore. Nei loro incontri stanno seduti e pensano. Supponiamo invece di essere veramente silenti e di arrestare il chiacchiericcio mentale. Questa idea non ci piace granché e tendiamo a dire: «Si cade in uno spazio vuoto». Ma, avete mai provato?
In conclusione, sento che è molto importante che le chiese smettano di essere botteghe di chiacchiere. Devono diventare luoghi di contemplazione. Che cosa è la contemplazione? E ciò che si fa nel tempio. Non si va al tempio per chiacchierare, ma per stare in silenzio e sapere che «Io sono Dio». Ecco perché, se la religione cristiana, il Vangelo di Cristo deve significare qualcosa (invece di essere soltanto una delle religioni dimenticate, come per esempio il mitraismo), dobbiamo vedere Cristo come il grande mistico, nel vero senso della parola. Un mistico non è qualcuno che detiene ogni sorta di poteri magici. Un mistico è una persona che realizza l’unione con Dio. Questo mi sembra il punto cruciale, il messaggio del Vangelo, riassunto nella preghiera (citata in Giovanni) che Gesù pronuncia davanti ai suoi discepoli: «Siate anche voi una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola». Un augurio: che tutti possiamo realizzare la divinità che è in noi, la fusione con l’Uno, l’identità fondamentale con l’eterna energia dell’universo, "l’amore che muove il sole e le altre stelle".

Alan Watts


"IL CASTELLO INTERIORE "di Santa Teresa D'Avila


 

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