| In questa pagina
troverete citazioni, piccoli brani che abbiamo pensato di inserire
per riflettere su come respiriamo nella vita di tutti i giorni
e di quanto importante sia la funzione del respirare nella nostra
vita. Abbiamo pensato di inserire articoli di autori in linea
con il nostro pensiero e la nostra "mappa" di riferimento
teorica a cui il rebirthing della nostra scuola si riferisce.
RESPIRARE - Dal latino: RE SPIRARE, soffiare, compiere il
processo fisiologico della respirazione; riferito a organismi
viventi con speciale riferimento alle 2 fasi della respirazione:
inspirazione ed espirazione.
RESPIRO - il respirare, l'alternarsi dei movimenti respiratori.
Fig: Sollievo, liberazione, tregua o sosta, pace, liberazione
da fatiche, impegni affannosi, preoccupazioni.
Tratto da: Vocabolario della Lingua Italiana - Istituto Enciclopedia
Italiana Treccani 1991
BASI PSICOBIOLOGICHE DELLANSIA - ASPETTI GENETICI
Tutti gli organismi, compresi gli individui della nostra specie,
tendono alla sopravvivenza, cioè a rimanere in vita e a
trasmettere la vita alla generazione successiva.
Il modo in cui agiamo per raggiungere questo scopo è piuttosto
elementare: cerchiamo.
Cerchiamo quelle situazioni che concorrono alla sopravvivenza
e alla riproduzione.
Daltra parte, tentiamo di evitare tutto ciò che potrebbe
minacciare il nostro benessere e quello della nostra progenie.
Negli esseri umani, come anche in altri mammiferi, la percezione
del pericolo è accompagnata da risposte fisiologiche, come
laumento del battito cardiaco e dalla sudorazione, da risposte
psicologiche, come il focalizzarsi dellattenzione sulla
fonte del pericolo e dalla tendenza a sfuggire alla situazione
che si avverte come pericolosa. Questi tre tipi di reazione definiscono
secondo gli scienziati, lansia: una risposta che contiene
dunque aspetti fisiologici (aumento del battito cardiaco), cognitivi
(concentrazione) e comportamento (la fuga). La reazione ansiosa,
nella varietà delle sue manifestazioni, ha una forte base
biologica. La ricerca sugli animali e sugli uomini suggerisce
che levoluzione abbia preprogrammato gli organismi a reagire
al pericolo con lansia. Indubbiamente, nellansia cè
molto di più che semplici componenti fisiche di tipo genetico
e fisiologico.
COMPONENTI FISIOLOGICHE
Mentre il comportamento emozionale è per larga parte regolato
da strutture cerebrali più profonde e relativamente antiche,
il lobo frontale della corteccia è coinvolto nellansia
umana.
I mattoni più importanti del cervello sono i neuroni o
cellule nervose. Collegati in reti altamente complesse, trasmettono
le informazioni attraverso sostanze chimiche che fungono da messaggeri:
i neurotrasmettitori. Quando parliamo di ansia, i tre neurotrasmettitori
più importanti sono la noradrenalina, la serotonina, il
GABA. Questultimo è un neurotrasmettitore inibitore
che riduce la probabilità di attivare le cellule nervose;
diversamente dalla serotonina e dalla noradrenalina, esso è
localizzato in tutto il cervello. Le prove più evidenti
di una connessione del GABA con lansia
provengono dagli studi farmacologici, specialmente quelli sugli
studi sulle benzodiazepine, farmaci ansiolitici che rafforzano
gli effetti del GABA provocando una riduzione dellansia,
il rilassamento dei muscoli e sonnolenza; essi inoltre esercitano
unazione anti-convulsivante.
La noradrenalina è usata dai neuroni detti adrenergici;
si forma sia nel sistema nervoso centrale sia in quello periferico.
Per quanto riguarda la noradrenalina del cervello, il 70% di essa
si trova in una piccola zona blu (locus coeruleus) situata in
una zona del cervello profonda, evolutasi nel corso del tempo.
Poiché i percorsi noradrenergici ricoprono vaste superfici
del cervello, non sorprende che la noradrenalina sia implicata
in tante attività, come il sonno e la veglia, lattenzione,
lapprendimento, leccitazione, lumore e lansia.
Un po' più in alto del locus coeruleus ci sono i nuclei
Raphe, dove troviamo il neurotrasmettitore serotonina. Come la
noradrenalina, questa si diffonde in molte aree del cervello e
nella colonna vertebrale. I farmaci che aumentano la disponibilità
della serotonina non solo migliorano lumore, ma attenuano
anche lincidenza e lintensità degli attacchi
di panico, sono efficaci nel trattamento dellaggressività,
mentre come effetto collaterale, provocano unabbassamento
della libido. La serotonina e la noradrenalina certamente interagiscono,
ma non si conoscono compiutamente i meccanismi dinterazione.
Le modificazioni fisiologiche negli stati dansia non sono
limitate al cervello. Il cervello e il sistema nervoso centrale(S.N.C.),
sono collegati a tutti gli altri organi attraverso il sistema
nervoso autonomo (S.N.A.). Questo a sua volta, si distingue in
sistema nervoso simpatico e parasimpatico. Mentre il sistema nervoso
simpatico si attiva nei casi di emergenza, quando si rende appunto
necessaria una reazione, il parasimpatico
produce una risposta di rilassamento. La reazione di emergenza
dispone perfettamente lorganismo a rispondere al pericolo.
Appena il pericolo diminuisce, il sistema nervoso parasimpatico
prende il sopravvento e organizza una risposta di rilassamento
come per es., un rallentamento del battito cardiaco e unabbassamento
della pressione sanguigna.
Tratto da enciclopedia L'universo del Corpo - Istituto
della Enciclopedia Italiana - Giovanni Treccani ed. 1999
Larticolo sopra citato dà unesauriente descrizione
della fisiologia dei meccanismi endogeni dellansia con il
relativo intervento farmacologico per modificare/migliorare gli
squilibri delle sostanze interessate al processo.
Presentiamo, di seguito, articoli che descrivono un approccio
alla cura dei suddetti squilibri includendo tecniche e strumenti
diversi dai farmaci ed ugualmente efficaci poiché basano
la loro capacità di cura nellintegrazione corpo-mente-spirito
(approccio olistico-integrale). STRESS,
ANSIA, DEPRESSIONE
Tratto da: Rebirthing
Transpersonale" di Filippo Falzoni Gallerani - pgg. 83/88
In questi anni si è incominciato a dibattere molto
intorno a queste disfunzioni e gli sviluppi delle ricerche farmacologiche
hanno spesso alimentato eccessive speranze circa la possibilità
di risolverle una volta per tutte con farmaci appropriati.Se
è vero che in alcuni casi lintervento farmacologico
si è rivelato molto efficace, molto spesso si è
riscontrato che esso è insufficiente, sintomatico, non
in grado di incidere sulle cause che si trovano a monte, e non
privo di effetti collaterali indesiderabili. E stato provato
che il corpo umano reagisce a uno stimolo doloroso o spiacevole
irrigidendo la muscolatura, mentre uno stimolo gradevole induce
rilassamento. Ripetute sensazioni sgradevoli fanno acquisire
una tensione che col tempo, a causa di quei meccanismi da circolo
vizioso del tipo: sono teso perché sto male
e sto male perché sono teso, può assumere
caratteristiche di cronicità.
Lo stress ha grande rilievo nella famiglia dei mali
moderni, e si è riconosciuto che è tra le cause
prime delle malattie cardiache e probabilmente anche della predisposizione
al tumore. E accertato che, vivendo in condizioni di stress
prolungato, si accumula una tensione che inibisce la mobilità
toracica e di conseguenza anche la respirazione, poiché
la rigidità muscolare si riflette immediatamente sul
diaframma, il muscolo direttamente preposto al respiro. Quindi
possiamo presumere che linfluenza dello stress sulla respirazione
è uno degli aspetti che maggiormente minacciano la salute.
Quando siamo tesi, respiriamo meno profondamente e quindi, a
causa del rapporto diretto che esiste tra respirazione e vitalità,
abbiamo meno energia. In presenza di una minore intensità
energetica anche la sensazione di tensione sarà minore,
ma compariranno debolezza, apatia e depressione. Nello stesso
tempo, a mano a mano che ci si abitua a respirare poco, ci si
mette nella condizione in cui ogni tentativo di riacquistare
una respirazione normale farà riapparire le emozioni
represse. Tali emozioni e sensazioni sgradevoli, che avevamo
represso attuando lirrigidimento, emergeranno insieme
a sintomi di alterazione fisica. Si stabilisce, insomma, una
sorta di circolo vizioso, perché quando si mantiene il
respiro al di sotto di una certa soglia (limitato nella sua
ampiezza-profondità-ritmo) lenergia decade, mentre
quando, senza neppure accorgercene, si aumenta il flusso respiratorio,
insorgono lansia e la paura che qualcosa possa erompere
incontrollatamente. Questo semplice meccanismo è spesso
alla base di quella patologia, tanto diffusa al giorno doggi,
che vede alternarsi stati dansietà e di depressione
in soggetti che non soffrono di alcuna malattia mentale e che
non ha mai avuto disturbi e problemi tali da giustificare tale
malessere esistenziale.
La somma di tanti piccoli dispiaceri e uneccessivo autocontrollo
emotivo bastano a volte a creare una rigidità toracica
che inibisce la respirazione, aprendo la strada a disturbi di
varia natura, talora gravi. Sono comuni in questi casi il senso
doppressione toracica e di mancanza daria,
spossamento, apatia, tensione muscolare, disturbi del sonno
e della concentrazione, insicurezza, ecc. Lintervento
dello psicologo, pur riuscendo talvolta a identificare le cause
che stanno alla base di certi disturbi, ottiene raramente risultati
concreti, perché la comprensione intellettuale non agisce
a livello dellenergia e delle funzioni corporee, dalle
quali scaturiscono le risorse della guarigione e del benessere.
Daltra parte, il medico generico classifica di solito
tali sintomi come disturbi nervosi, quasi a significare
immaginari, e indirizza il paziente dal neurologo
o dallo psichiatra, avviandolo alluso di psicofarmaci
e alla relativa dipendenza. I soggetti più fragili si
scoraggiano, si spaventano e iniziano a dubitare del proprio
equilibrio mentale. Invece gran parte dei disturbi dellansia
non hanno origine né mentale né organica: essi
sono essenzialmente squilibri dellenergia vitale
che disturbano la psiche. Il meccanismo ansia-respiro appena
descritto, che caratterizza soprattutto i casi di ansia acuta,
è soltanto uno degli aspetti di unampia varietà
di forme che hanno origine da discordanze energetiche indotte
da una respirazione parziale e disarmonica. Se si guarda alluomo
nella sua totalità fisica, energetica, spirituale, si
deve riconoscere limportanza dellequilibrio dei
corpi energetici e di un appropriato rapporto con il Prana-energia
quale fondamento di tutte le manifestazioni vitali. E
perciò addirittura ovvio comprendere come sensazioni
di squilibrio, disagio, malessere e insicurezza siano da correlare
direttamente con il respiro. Nel nome della scienza e della
medicina vengono somministrate, a volte per anni, droghe altrettanto
pericolose di quelle illegali a soggetti che sono considerati
malati mentali anche quando stanno attraversando
una crisi di crescita. Con ciò non sintende negare
del tutto luso degli psicofarmaci, che in presenza di
certe patologie hanno effettivo valore e in alcuni casi si sono
lunico modo per alleviare sofferenze altrimenti impossibili
da lenire con i mezzi attualmente a disposizione. La ricerca
farmacologica ha certamente grande importanza ma luso
improprio e generalizzato di tali sostanze è diventato
un problema in tutti i paesi sviluppati. Basta pensare alluso
di ansiolitici, antidepressivi, sonniferi, antidolorifici, ha
raggiunto dimensioni tali da dover essere considerato una vera
e propria piaga sociale, una specie di tossicodipendenza legalizzata
di massa.
In sintesi, a proposito dei meccanismi legati allansia,
alla depressione e allazione terapeutica del Rebirthing,
si può dire che: di fronte alla tensione e allo stress
si trattiene involontariamente il respiro irrigidendosi.
Una respirazione limitata produce stati depressivi (a volte
anche acuti) e predispone a molti disturbi.
I tentativi spontanei di respirare liberamente, quando avvengono
senza che il soggetto ne sia consapevole, inducono a loro volta
nuovi stati di ansia.
Rieducando il soggetto a una respirazione libera, dopo le prime
sessioni nelle quali vengono scaricate tensioni e traumi e a
volte elaborati processi psicodinamici, lansia e la depressione
scompaiono drasticamente.
Durante questo processo avvengono apprezzabili progressi nellarmonizzazione
di diversi livelli mentali. A volte ha luogo una rapida esplorazione
dellinconscio, la quale può rivelare i motivi essenziali
che hanno contribuito allinsorgere del processo patologico.
Il soggetto impara a mantenere uno stato di flessibilità
e di equilibrio praticando anche in modo autonomo la respirazione
e iniziando a relazionarsi con il Sé interiore.
Per approfondimenti sull'efficacia del Rebirthing in persone
che soffrono di attacchi di panico cliccare
qui.
Tratto da Molecole
di emozioni" di Candace Pert ed. Il Corbaccio
Nota: Candace B. Pert
è ricercatrice nel Dipartimento di Fisiologia e Biofisica
della Facoltà di Medicina della George University a Washington
D.C.. Ha accertato scientificamente lesistenza delle basi
biomolecolari delle nostre emozioni: esse costituiscono il legame
essenziale fra mente e corpo. Lautrice propone una nuova
interpretazione scientifica del potere che la mente e le emozioni
esercitano sulla nostra salute e sul nostro benessere.
" ...Proprio di recente,
alcuni ricercatori del National Institute of Health hanno individuato
un legame fra la depressione e i traumi legati allinfanzia.
Le ricerche hanno dimostrato che i neonati e i bambini che sono
vittime di abusi, di maltrattamenti o di indifferenza hanno
maggiore probabilità di essere depressi da adulti, ora
abbiamo un indizio per comprendere il nesso tra esperienza e
biologia. E tutto legato a qualcosa che si chiama ipotalamo
- ghiandola pituitaria - ghiandole surrenali. In poche parole,
lipotalamo fa parte del cervello del cervello emozionale,
il sistema limbico, e i suoi neuroni sono dotati di assoni che
si estendono fino alla ghiandola pituitaria, situata al di sotto.
E qui che gli assoni producono un neuropeptide (una delle
quasi cento sostanze informazionali costituite da piccoli peptidi
e definite inizialmente secrezioni neuronali) chiamato CRF,
ossia Fattore di Rilascio Corticale, che controlla il rilascio
di unaltra sostanza informazionale. Così, quando
il CRF arriva alla ghiandola pituitaria, stimola la secrezione
di adrenocorticotrofina, una sostanza informazionale che poi
viaggia attraverso il circolo sanguigno fino alle ghiandole
surrenali, dove lega con i recettori (una molecola, proteina
o gruppo di proteine, ancorata alla membrana esterna della cellula
con un sito accessibile allambiente esterno che si unisce
a leganti come ormoni, droghe, antigeni, peptidi) specifici
sulle cellule ghiandolari.
Ma le ghiandole surrenali non hanno qualcosa a che fare con
ladrenalina e la reazione "lotta o fuggi"?
E ladrenalina a scatenare la reazione di allarme
lotta o fuggi, che è la risposta naturale e inconscia
del corpo alle minacce, che siano reali o immaginarie. Spesso
è caratterizzata da un afflusso di energia, pupille dilatate
e tachicardia, tutte condizioni che ci consentono di affrontare
bene il pericolo appena percepito. Ma un altro compito assolto
dalle ghiandole surrenali, quando sono raggiunte dallACTH
(adrenocorticotrofina), è cominciare a produrre steroidi
(composti organici facilmente solubili che si incontrano allo
stato naturale nel regno vegetale e animale e svolgono molte
funzioni importanti sul piano funzionale). Lo steroide prodotto
in questo caso è il Corticosterone, una sostanza necessaria
per la guarigione e il controllo dei danni in casi ferite.
Ed ecco qualè il collegamento con la depressione
in forma chimica.
Già da trentanni sappiamo che lo stress aumenta
con lincremento della produzione di steroidi. Di solito
le persone depresse presentano un livello elevato di questi
steroidi legati allo stress; anzi, sono in stato cronico di
attivazione da ACTH, a causa di una disfunzione nel circuito
di biofeedback, incapace di segnalare che il livello dello steroide
nel sangue è già alto. Così lasse
CRF-ACTH non fa che pompare nel sangue una quantità sempre
maggiore di steroidi.
Si direbbe quasi che il CRF sia il peptide della depressione.
Esistono studi sugli animali, per es., dai quali risulta che
in effetti le piccole scimmie private delle cure materne, trascurate
o maltrattate, presentano livelli elevati di CRF e quindi di
steroidi.
Nelle scimmiette, il fenomeno si manifesta come unincapacità
di curare la propria toilette, oppure di comportamenti ripetitivi
che sembrano privi di scopo.
Negli esseri umani, il risultato può essere una serie
di schemi di comportamento estremamente limitati, che alla fine
spingono le persone in un buco nero dal punto di vista emotivo.
Si, il motivo per cui possiamo stare bloccati in questo modo
è che queste emozioni sono impresse nella memoria, non
solo nel cervello, ma in profondità, a livello cellulare.
Il meccanismo funziona cosi: man mano che nei neonati e nei
bambini esposti a forti stress il livello di CRF aumenta, i
recettori del CRF cominciano a desensibilizzarsi, riducendo
di numero e di dimensioni. Questi cambiamenti si verificano
quando i recettori siano inondati da una droga, sia prodotta
naturalmente dal corpo che da un farmaco acquistato in farmacia.
La memoria del trauma viene fissata da questi e altri cambiamenti
a livello del recettore dei neuropeptidi, alcuni dei quali avvengono
allinterno della cellula, alle radici stesse del recettore,
e il fenomeno si estende a tutto il corpo.
Come ricercatore sul fronte della droga da oltre venti anni,
devo staccarmi dalla posizione prevalente fra i miei colleghi
e affermare che meno uso di farmaci è meglio!
Le implicazioni delle mie ricerche consistono nella tesi che
le droghe esogene, cioè esterne allorganismo, sono
potenzialmente dannose, non soltanto perché distruggono
lequilibrio naturale dei circuiti di feedback che coinvolgono
molti sistemi e organi, ma a causa dei cambiamenti che producono
a livello del recettore.
Ognuno di noi ha la propria farmacopea naturale, la farmacia
migliore che esista al costo più basso, in grado di produrre
tutte le sostanze di cui abbiamo bisogno per far funzionare
il nostro complesso corpo-mente esattamente nel modo in cui
è stato programmato in tanti secoli di evoluzione. La
ricerca deve concentrarsi sulla comprensione del modo in cui
agiscono queste risorse naturali, i nostri farmaci endogeni,
in modo che possiamo creare le condizioni che consentiranno
loro di svolgere la loro azione nel modo migliore, con minime
interferenze da parte di sostanze esogene. Ma quando non possono
compiere il loro lavoro, la ricerca consentirà di creare
sostanze mimetiche in grado di imitare quelle naturali riducendo
al minimo linterferenza con lequilibrio naturale
del corpo, perché sono state messe a punto tenendo conto
dellintera rete psicosomatica.
(da pag.. 322 a pag.326)
" ... il problema delle
emozioni capaci di guarire, unesigenza avvertita nella
nostra società con intensità così disperata
da riflettersi nel crescente numero di persone che ricorrono
a farmaci antidepressivi e allescalation nelluso
di droghe illegali. A mio parere tanto gli uni che gli altri
- quelli che ricevono la ricetta dal medico e quelli che acquistano
la droga dallo spacciatore - fanno esattamente la stessa cosa:
alterano la propria chimica naturale con una sostanza esogena
che ha una vasta gamma di effetti, molti dei quali non sono
compresi del tutto, per modificare sentimenti che non vogliono
provare.
Le ricerche svolte mi hanno dimostrato che quando le emozioni
vengono espresse, vale a dire quando le sostanze biochimiche
alla base delle emozioni fluiscono liberamente, tutti i sistemi
sono integri e solidali. Quando invece le emozioni sono represse,
negate, e si trovano nellimpossibilità di realizzare
il loro potenziale, le vie della rete psicosomatica si ostruiscono,
bloccando il flusso delle sostanze chimiche unificanti e vitali
per il benessere, che regolano tanto la nostra biologia quanto
il nostro comportamento. Questo, secondo me, è lo stato
di emotività malata al quale desideriamo così
disperatamente sfuggire. Le droghe, legali o illegali che siano,
contribuiscono ulteriormente ad interrompere i numerosi circuiti
di feedback che consentono alla rete psicosomatica di funzionare
in modo naturale ed equilibrato, e quindi instaurano le condizioni
per linsorgere di disturbi fisici e mentali.
Tuttavia lidea della rete è ancora troppo recente
per influenzare il modo in cui la medicina e la psicologia affrontano
la salute e la malattia. La maggior parte degli psicologi considera
la mente come se fosse scissa dal corpo, un fenomeno che ha
scarsi rapporti con il corpo fisico, ammesso che ne abbia. E
viceversa i medici trattano il corpo come se non avesse alcun
legame con la mente o le emozioni. Le mie ricerche hanno dimostrato
che il corpo può e deve essere guarito attraverso la
mente, così come la mente può e deve essere guarita
attraverso il corpo.
Le cosiddette terapie alternative mirate a uno sfogo somatico-emotivo
tengono presente questa realtà, ed è così
che possiamo integrare lofferta degli ambienti medici
ufficiali. Nella cura dei disturbi dellumore e di altri
disturbi mentali, la medicina ufficiale rinuncia a un valido
ausilio escludendo il contatto fisico, ignorando il fatto che
in realtà il corpo è la porta della mente e rifiutandosi
di riconoscere limportanza dellespressione emotiva
come evento che coinvolge la mente e il corpo, con la capacità
potenziale di completare e a volte addirittura sostituire le
terapie verbali e i farmaci...
(da pag.328 a pag.329)
Quando facciamo zazen
(pratica di meditazione Zen) la mente segue sempre il respiro.
Quando inspiriamo l'aria entra nel nostro mondo interno. Quando
espiriamo esce fuori nel mondo esterno. Noi diciamo "mondo
esterno" e "mondo interno" ma in realtà
c'è un solo mondo indivisibile. In questo mondo illimitato
la nostra gola è come una porta che si apre e si chiude.
L'aria entra ed esce come chi attraversa una porta che si apre
e si chiude. Se pensate: "Io respiro", l'"Io"
è di troppo. Non esiste niente in voi che può
dirsi "Io", è soltanto una porta che si apre
e si chiude quando inspiriamo ed espiriamo.
Quando dunque facciamo zazen, l'unica cosa che esiste è
il movimento del respiro e della consapevolezza di tale movimento.
Dunque quando fate zazen la mente deve concentrarsi sul respiro.
Questo tipo di attività è l'attività fondamentale
dell'essere universale. Senza questa esperienza, pratica, è
impossibile raggiungere l'assoluta libertà.
"Date alla vostra pecora
o vacca un ampio, spazioso pascolo: è il modo migliore
per controllarla".
tratto da "Mente Zen, mente da principiante" di
Shunryu Suzuki - ed. Ubaldini
LA FUNZIONE DELL'ORGASMO
Questo brano, scritto parecchi anni fa, non affronta temi
transpersonali, ma specificatamente bioenergetici, aspetti tuttavia
fondamentali per chi utilizza la respirazione.
Non esiste malato nevrotico che non riveli una tensione addominale.
Avrebbe poco senso elencare e descriverne qui i sintomi, senza
comprenderne la funzione nella nevrosi. Il trattamento della
tensione addominale è divenuto tanto importante nel nostro
lavoro odierno che mi sembra oggi quasi incomprensibile come
sia stato possibile curare anche solo approssimativamente le
nevrosi senza conoscere la sintomatologia del plesso solare.
I disturbi della respirazione nelle nevrosi sono sintomi consequenziali
delle tensioni addominali. Si cerchi di immaginare di essere
stati spaventati o di trovarsi in uno stato di angosciosa attesa
di un grande pericolo. Involontariamente si tratterrà
il respiro e si manterrà questa posizione. Poiché
non si può cessare completamente di respirare presto
si espirerà nuovamente, ma l'espirazione non sarà
completa e profonda, ma leggera; non si espirerà pienamente,
ma solo a tratti. In uno stato di attesa angosciosa si spingono
involontariamente le spalle in avanti e si rimane in questo
atteggiamento rigido. (...)
Che funzione ha l'atteggiamento descritto dalla "respirazione
leggera"? Se guardiamo la posizione degli organi interni
e il loro rapporto con il plesso solare, comprendiamo immediatamente
di cosa si tratta. Quando si è spaventati si inspira
involontariamente, viene fatto di pensare all'inspirazione involontaria
di quando si sta per annegare e che è la causa principale
della morte; il diaframma si contrae e comprime dall'alto il
plesso solare. La funzione di questa azione muscolare diventa
pienamente comprensibile solo quando si prendono in considerazione
i risultati dell'esame analitico caratteriale dei precedenti
meccanismi di difesa infantili.
I bambini solitamente combattono i continui e penosi stati d'angoscia
che sentono nello stomaco, trattenendo il respiro. Essi fanno
la stessa cosa quando provano sensazioni di piacere nell'addome
e nei genitali e ne hanno paura.
Trattenere il respiro e mantenere il diaframma contratto è
forse uno dei primi e più importanti atti che hanno lo
scopo sia di sopprimere le sensazioni di piacere nell'addome
sia di soffocare sul nascere l'angoscia addominale. A questo
trattenere il respiro si aggiunge poi l'effetto della pressione
addominale.
Il modo in cui i nostri bambini riescono a bloccare le sensazioni
nel ventre con la respirazione e la pressione addominale è
tipico e universale.…
"Com'era possibile che questo blocco della respirazione
potesse reprimere o eliminare completamente gli affetti? Questa
domanda era decisiva. Era, infatti, divenuto chiaro che il freno
della respirazione costituiva il meccanismo fisiologico della
repressione degli affetti e la rimozione degli affetti era quindi
anche il meccanismo fondamentale della nevrosi in generale.
Una semplice riflessione ci faceva ricordare che la respirazione
ha biologicamente la funzione di apportare ossigeno e di eliminare
biossido di carbonio dall'organismo. L'ossigeno contenuto nell'aria
immessa permette la combustione nell'organismo dei cibi digeriti.
In termini chimici, combustione è tutto ciò che
comporta la formazione di composti con l'ossigeno. Nella combustione
si crea energia. Senza ossigeno non c'è combustione e
di conseguenza neppure produzione d'energia. Nell'organismo
l'energia si crea attraverso la combustione degli elementi.
Durante questo processo vengono generati calore ed energia cinetica.
La bioelettricità viene prodotta durante questo processo
di combustione. Se la respirazione è ridotta, si introduce
meno ossigeno, praticamente solo quella quantità necessaria
alla conservazione della vita. Se nell'organismo viene prodotta
meno energia, allora le eccitazioni vegetative sono minori e
quindi anche più facili da dominare. La respirazione
frenata dei nevrotici ha quindi, biologicamente parlando, la
funzione di ridurre la produzione d'energia nell'organismo,
e IL PIACERE
WILHELM REICH |
|
L'ESPERIENZA
DEL SÉ O COSCIENZA COSMICA
E'
stato fatto un grande sforzo da parte degli scienziati per definire
la natura dell'Esperienza Cosmica. Fra le caratteristiche isolate
da alcuni autori possiamo citare:
1. L'unità, o meglio, la non-dualità: la scomparsa,
cioè, della percezione dualistica io-Mondo o soggetto-oggetto.
2. Il carattere ineffabile: l'esperienza non può essere
descritta con il linguaggio ordinario.
3. Il carattere di realtà: una certezza assoluta che
quello che è stato vissuto è reale, spesso persino
molto più reale del vissuto quotidiano normale.
4. La trascendenza dello spazio-tempo: si entra in un'altra
dimensione, il tempo non esiste più e scompare lo spazio
tridimensionale.
5. Il sentimento del sacro: la sensazione che stia accadendo
qualche cosa di grande e di meraviglioso, persino di sacro.
6. La scomparsa della paura della morte: la vita è percepita
come eterna, anche se l'esistenza fisica continua ad essere
vissuta come transitoria.
7. Il cambiamento del sistema dei valori e del comportamento:
spesso si constata un cambiamento in direzione dei valori quali
Bellezza, Verità, Bontà. C'è un distacco
progressivo dai valori materiali. L'Essere si sostituisce all'Avere.
Pensa a tutti i grandi yoghi, i santi e i saggi - da Mosé,
Cristo, Padmasambhava, non erano individui dalle maniere deboli
e distaccate, ma fieri rivoluzionari in grado di scuotere e
soggiogare interi paesi. Trattavano il mondo nei suoi stessi
termini, non con qualche pietosa fantasia celeste, molti di
loro istigarono rivoluzioni sociali di massa che sono andate
avanti per migliaia d'anni. Fecero questo non perché
avevano evitato la dimensione fisica, emozionale, mentale dell'uomo
e l'ego che ne è il veicolo, ma perché s'impegnarono
con una determinazione ed un'intensità da scuotere il
mondo dalle fondamenta. Senza dubbio essi erano sintonizzati
anche con l'anima (lo psichico profondo) e lo spirito (il Sé
senza forma) sorgente ultima del loro potere, ma esprimevano
quel potere, e raggiunsero risultati concreti, proprio perché
si erano impegnati drammaticamente nelle dimensioni inferiori
attraverso le quali tale potere poteva esprimersi in modo da
poter essere udito da tutti.
Questi grandi esseri, che dettero impulso al mondo non erano
dei piccoli "ego"; erano, nel miglior senso del termine,
grandi ego, precisamente perché l'ego (il veicolo funzionale
dei reami più densi) esiste parallelamente all'anima
(veicolo funzionale della dimensione sottile) ed il Sé
(veicolo della dimensione causale).
Quanto questi grandi maestri riuscirono a realizzare nelle dimensioni
materiali, lo ottennero attraverso il loro ego, perché
l'ego è il veicolo funzionale in tale reame. Tuttavia
essi non s'identificavano esclusivamente con il loro ego (ciò
è narcisismo) ma, semplicemente, sentivano il loro ego
sintonizzato con la radiante sorgente cosmica. I grandi yoghi,
i santi e i saggi, realizzarono tanto nelle loro vite precisamente
perché erano grandi "ego" sintonizzati con
il loro stesso Sé superiore, erano consapevoli del puro
Atman (l'io Io di Ramana Maharsi) che è uno con il Brahman,
e quando aprivano la bocca la gente cadeva ai loro piedi in
ginocchio ed il mondo tremava, confrontandosi con il Dio radiante.
Santa Teresa era una grande contemplativa? Si! E, (riflettiamoci)
Santa Teresa è la sola donna che abbia mai riformato
l'intera tradizione monastica Cattolica. Gautama Buddha scosse
l'India dalle fondamenta, Rumi, Plotino, Bodhidharma, Lao Tzu,
Platone, ecc. tali uomini e donne iniziarono rivoluzioni che
durarono per centinaia e talvolta migliaia d'anni, qualcosa
che non può ancora essere attribuito né a Marx
né a Lenin, né a Locke né a Jefferson.
Fecero queste cose non perché erano morti dal collo in
giù. No, erano dei monumentali, gloriosi e divini grandi
"ego", sintonizzati con uno psichico più profondo,
che era sintonizzato direttamente con Dio. C'è certamente
una certa verità nel concetto di "trascendere l'ego":
ma non significa distruggere l'io, significa sintonia con qualcosa
di più grande.
PETER
WEIL
IL
MITO DELLA SPIRITUALITA' MESSO A NUDO.
Mariana
Caplan descrive alcune trappole - come la crescita dell’ego,
il transfert, l’abuso di potere, la truffa e la dipendenza
da stati mistici - che si incontrano lungo il cammino spirituale.
Il mito della spiritualità contemporanea messo a nudo.
Negli
ultimi 40 anni, l’occidente è stato invaso da una
marea di informazioni spirituali che ormai riempiono le pagine
dei quotidiani, gli spettacoli televisivi e le riviste patinate
a larga tiratura. Classi di meditazione sono offerte alle Nazioni
Unite, Hillary Clinton usa tecniche di visualizzazione e rilassamento,
lo yoga è insegnato in molte grandi aziende e la vita
di celebrità spirituali come Richard Gere, John Travolta
e Tom Cruise è frequentemente oggetto della curiosità
del pubblico. La spiritualità è diventata non
solo popolare, ma anche un grande affare. La New Age è
un’industria multimiliardaria, e alcuni dei più
famosi guru e maestri spirituali sono tra gli uomini più
ricchi degli Stati Uniti.
Il
ricercatore contemporaneo, durante il suo cammino spirituale,
cade facilmente vittima di un numero enorme di miraggi, che
occorre sapere riconoscere e affrontare. Scoprire le illusioni
che abbiamo sul cammino spirituale può essere scoraggiante,
se non addirittura deprimente, ma rende possibili realizzazioni
spirituali che prima ci erano precluse.
Le
motivazioni della ricerca dell’illuminazione
Molte
persone hanno un’opinione errata sulle motivazioni per
le quali hanno cominciato il cammino spirituale. È molto
raro che un ricercatore voglia davvero “realizzare Dio”
o “servire l’umanità”. La maggior parte
delle persone non sa cosa sia la vita spirituale, per non parlare
di cosa cercano in essa. Quando uno studente chiese al maestro
zen Suzuki Roshi cosa fosse l’illuminazione, egli rispose:
“Perché lo vuoi sapere? Magari non ti piacerebbe”.
Spesso
un ricercatore spirituale impiega molti anni per rendersi conto
di aver cominciato il cammino spirituale per ragioni che ignora
totalmente, e che sono molto meno nobili e romantiche di quello
che la sua immaginazione romantica pensava. Scoprire la falsità
delle proprie motivazioni può essere molto spiacevole
e deprimente, e per questo la maggior parte delle persone preferisce
nasconderle nell’inconscio. Si continua tranquillamente
a credere di voler solo essere “liberi”, “liberati”
e “in armonia con tutta la vita”. Ma mettere a nudo
la falsità delle motivazioni è un passo prezioso
e necessario nel cammino spirituale. Le ragioni più frequenti
che portano a scegliere il cammino spirituale sono:
La
libertà dal dolore
La
maggior parte delle persone comincia il cammino spirituale perché
vuole essere libera dal dolore. “Uno dei maggiori fraintendimenti
della gente è quello secondo cui il cammino spirituale
è una vacanza”, ha detto il maestro tibetano Chögyam
Trungpa Rinpoche. Le persone immaginano che il cammino spirituale
darà loro la pace mentale, la trascendenza dei problemi,
la libertà dalle perversioni psicologiche e la vita eterna.
Si crede erroneamente che, meditando abbastanza, facendo un
numero sufficiente di posizioni yoga o leggendo una discreta
quantità di libri sulla spiritualità, si conseguirà
la beatitudine eterna.
“Troppo
spesso i neofiti si illudono che la pratica spirituale sia appagante”,
dice lo studioso e l’insegnante di yoga Georg Feuerstein;
“Si aspettano di diventare felici e di trovare la risposta
alle più importanti domande esistenziali, grazie al loro
sforzo o a quello dell’insegnante”. Feuerstein fa
riferimento a una concezione che ha le sue radici in un fraintendimento
di base e nella negazione della condizione umana: una concezione
alimentata dalla palude della New Age e della letteratura pseudo-spirituale
che invade il mercato confermando le fantasie dei suoi lettori.
Anche se è vero che esistono carrettate di tecniche metafisiche
che gonfiano l’ego e creano stati temporanei di estasi
e beatitudine, questi ultimi non durano mai, e in ultima analisi
hanno poco o nulla a che vedere con la vera spiritualità.
L’ambizione
spirituale: la volontà di potenza e di controllo
Chi
immaginerebbe mai che la presunta vita spirituale – fatta
di meditazione e preghiera, dissolvimento estatico in Dio e
umiltà davanti alla verità – possa essere
un’altra via per cercare il potere e il successo, o una
maschera che cela sensi di inadeguatezza? Per molti è
proprio così. La realtà è che la ricerca
dell’illuminazione nasconde spesso la ricerca del potere,
della gloria, del prestigio o di qualche altra forma di successo
mondano.
Se
un individuo ha come scopo nella vita quello di diventare “qualcuno”,
di essere una persona importante (il direttore generale, la
star dello sport, la donna manager, la stella del cinema), e
poi comincia un cammino spirituale, è più che
probabile che la ricerca del potere e della gloria continuerà
nel campo spirituale. È così che funziona l’ambizione.
Un individuo ambizioso non lo è soltanto in un contesto,
ma in tutta la vita, inclusa quella spirituale.
Gli
uomini faranno praticamente di tutto per evitare di affrontare
la propria debolezza umana; cioè, faranno qualsiasi cosa
pur di non affrontare se stessi. La gente pensa che l’«illuminazione»
sia uno stato di onnipotenza in cui non solo si sarà
in grado di dominare gli altri, ma si terranno sotto controllo
le proprie debolezze e difetti umani. Quello che i testi antichi
descrivono come lo stato di “conoscenza perfetta”
viene interpretato in base all’ideale di perfezione di
ognuno, nel quale non c’è posto per la fragilità
umana.
L’illuminazione può sicuramente creare dei poteri
o una capacità di controllo illusori, o limitati, ma
lo sviluppo spirituale va molto al di là del potere e
del controllo terreni. Raramente, se non mai, i veri insegnanti
spirituali e le persone dalla comprensione profonda parlano
della propria vita in termini di controllo di sé o degli
altri. Sanno che la vita è piena di imprevisti, e che
un’eventuale influenza sulla vita di altre persone in
realtà non dipende da loro. Inoltre, riconoscono che
il peso di quella responsabilità è tanto grande
da far diminuire qualsiasi sensazione di potere personale.
La
paura della morte
La
gente cerca l’illuminazione perché non vuole morire.
Nelle traduzioni dei testi spirituali, l’illuminazione
è sinonimo di “immortalità”, “trascendenza”
e “stato eterno”. Sono espressioni molto suggestive
per chi ha paura della morte, ma se si comprende il contesto
in cui furono create, è chiaro che non si fa riferimento
all’immortalità dell’ego o del corpo fisico.
Tuttavia, gli esseri umani, alla ricerca disperata di una via
per evitare la supposta sofferenza della morte, scelgono certi
aspetti degli insegnamenti, evitandone altri. Giungono a pensare
che l’illuminazione è il cammino verso la vita
eterna dell’ego, che identificano come “se stessi”,
e non della consapevolezza, che è sempre già eterna.
Quindi,
se per caso ci illuminassimo, il nostro ego cesserebbe di esistere;
ovvero, l’ego individuale che all’inizio si era
messo alla ricerca dell’illuminazione per evitare la morte
sarebbe già morto!
Anche
se può essere difficile comprendere quanto siano false
e inconsapevoli le motivazioni alla base di un cammino spirituale,
gli sforzi fatti non sono inutili. Il grande pregio di qualsiasi
autentico cammino spirituale (se percorso con l’assistenza
di un maestro affidabile) è il fatto che prima o poi
trasformerà l’individuo, a prescindere dalle motivazioni
di quest’ultimo. Dio (o la Realtà) è sempre
più forte dell’ego, e nel lungo termine (anche
se può essere un termine veramente lungo) finirà
con il prevalere. Il cammino e il maestro usano la debolezza
e le ambizioni dell’individuo per creare delle lezioni
che alla fine eroderanno quella stessa debolezza e quelle stesse
ambizioni, mostrandole per ciò che sono e portando lentamente
allo scoperto la purezza che si trova al di là di esse.
Esperienza
spirituale o illuminazione?
Un
altro errore comune tra i ricercatori sul cammino spirituale
è scambiare le esperienze mistiche per l’illuminazione.
Quando qualcuno comincia un percorso spirituale, è verosimile
che avrà esperienze di estasi, beatitudine, pace, fusione
con tutta la vita e visioni. Uno degli errori più frequenti
compiuti dai neofiti è credere che queste esperienze
siano lo scopo del cammino. In realtà, in giro ci sono
molti maestri, sinceri ma falsi, che insegnano sulla base di
una o più di queste esperienze.
Studiando
le varie tradizioni esoteriche e occulte, l’assurdità
di queste pretese diventa ovvia, perché comprenderemo
subito come sia sufficiente la tecnica giusta (il digiuno, la
visualizzazione, il “mind-control” e così
via) per provocare tali esperienze. Anche se queste ultime possono
essere fonte di ispirazione ed elevazione, e possono addirittura
essere il catalizzatore che ci porta sul cammino spirituale,
è chiaro che la spiritualità non consiste in esse.
Coloro
che conoscono l’autentica spiritualità non si lasciano
impressionare nemmeno da una camminata sull’acqua. Sanno
che lasciarsi incantare da questi spettacoli vuol dire allontanarsi
dal vero cammino spirituale. Benché le esperienze psichiche
come l’estasi, la beatitudine e la sensazione di fusione
non siano nocive o pericolose, e alle volte possano anche essere
utili, vanno analizzate con grande cura. Occorre mettere costantemente
in dubbio le conclusioni cui si è tentati di giungere
dopo tali esperienze. È troppo facile pensare di essere
straordinari o importanti solo perché sono avvenute queste
esperienze.
Il
guru interiore e altre verità spirituali lapalissiane
Tra
tutte le comuni verità lapalissiane, quella del guru
interiore è una delle più ingannevoli. Anche se
l’espressione “guru interiore” indica qualcosa
che esiste davvero, molti di coloro che dicono di seguire il
guru interiore in realtà non lo stanno facendo. Per udire
e seguire l’impegnativa guida di un guru interiore è
richiesta una grande maturità umana e spirituale, che
si conquista con anni di pratica spirituale, e non leggendo
un libro o ascoltando un combattente New Age che proclama il
messaggio.
Il motivo principale per cui la gente si volge al guru interiore
è la pigrizia e il disinteresse verso la trasformazione
genuina. Il guru esteriore – il vero maestro spirituale
– porterà in crisi l’ego e metterà
a nudo tutto ciò che è falso, cosa impossibile
al guru interiore. La vita interiore degli esseri umani consiste
in una grande moltitudine di voci (molte delle quali decisamente
nevrotiche) e l’ego è ben felice di dare a una
di esse gli abiti del monaco, un tono di voce suadente e il
titolo di “guru interiore”. Tali guru interiori,
conosciuti anche come il “sé interiore”,
il “vecchio saggio interiore” o il “profondo
sé”, sono noti per permettere alle persone tutto
ciò che vuole il loro ego (una vacanza dispendiosa, per
esempio, una nuova Ferrari, la manipolazione degli altri “per
il bene più elevato” ecc.), sempre in nome della
vita spirituale. È molto più facile perdonare
i nostri errori se siamo stati “guidati”, rinunciando
quindi ad assumerci la responsabilità delle conseguenze.
Se la guida dà risultati positivi, diventiamo degli eroi
per aver ascoltato e seguito la voce; se le cose non funzionano,
siamo semplicemente vittime dei desideri della voce interiore.
In un modo o nell’altro, noi non siamo mai responsabili.
Molto
simile alla voce interiore è il “seguire il proprio
cuore”. È vero che alla fin fine dobbiamo seguire
il nostro cuore e che quest’ultimo non mente, ma come
facciamo a sapere quando lo stiamo ascoltando? Molte persone
non hanno idea di cosa sia il loro cuore, non lo hanno mai percepito
né udito parlare. La maggior parte dei messaggi che attribuiscono
al cuore, in realtà, vengono dalla mente, che è
capacissima di parlare con tono amorevole, delicato e anche
“con il cuore in mano”.
Quando le persone ignorano la quantità di “voci
interiori” esistenti in loro (inclusa la voce del proprio
“cuore”) e non sanno nulla della tendenza dell’ego
a corrompere ogni aspetto della personalità per sabotare
la crescita spirituale, cadono facilmente vittima delle seduzioni
del guru interiore. Alla fine, esse si defraudano di quella
crescita e trasformazione che volevano trovare cominciando questo
cammino.
Un’altra delle pericolose verità lapalissiane in
voga tra i neofiti contemporanei è il ritornello “tutto
è un’illusione” e i suoi derivati. Seguendo
la logica della mente duale, se tutto è un’illusione,
non importa fare del male agli altri o distruggere il nostro
corpo con le droghe o l’alcol, perché il corpo
non è reale. Se la vita non è altro che un sogno,
perché non arraffiamo tutto ciò che possiamo,
senza preoccuparci delle persone che calpesteremo nel fare questo
e di coloro che diventeranno poveri a causa del nostro egoismo?
Se tutto è uguale, non esiste male e bene, giusto e sbagliato:
quindi, perché non barare, mentire e rubare?
Coloro che usano indiscriminatamente queste idee prese dalla
“realtà assoluta” non capiscono che quest’ultima
non nega in alcun modo la realtà relativa. La non-dualità
non cancella la dualità. Chi comprende davvero il significato
di espressioni come “il guru interiore”, “tutto
è uno” e “il maestro è ovunque”,
non si vanta mai di queste verità in reazione a una sfida
alla sua psiche (al contrario di chi ne ha avuto solo un’intuizione
profonda ma fugace). Al contrario, la bellezza della realtà
che ha intravisto lo rende più umile, spingendolo a mettersi
al servizio e a partecipare maggiormente al mondo in cui viviamo.
Come ha detto un altro maestro zen: “Non puoi vivere a
lungo nel mondo di Dio: non ci sono né ristoranti né
toilette”.
Falsi
maestri e falsi studenti
Infine,
arriviamo all’argomento dei maestri e i loro discepoli.
Che li si chiami guru, maestri, guide o amici spirituali, due
cose apparentemente opposte si possono dire su di loro senza
ombra di dubbio. Innanzitutto, per raggiungere le vette più
alte del cammino spirituale è necessario un maestro;
secondo, per ogni maestro autentico, esistono letteralmente
migliaia di ciarlatani. Se pensiamo che chiunque sappia declamare
eleganti verità spirituali, affermi di essere un “tulku”
tibetano o ci prometta l’illuminazione in un week end
sia un maestro autentico, stiamo gettando le basi per la nostra
futura delusione. Inoltre, è probabile che in futuro
dubiteremo di tutti gli insegnanti spirituali, quando in realtà
è stata la nostra inadeguatezza di studenti a renderci
incapaci di distinguere tra i veri maestri e i ciarlatani.
Il
compianto santo indiano Swami Muktananda ha detto che il mercato
dei falsi maestri è in crescita perché è
in crescita il mercato dei falsi studenti. Arnaud Desjardins,
maestro spirituale francese ed ex cineasta, sollecita i neofiti
a chiedersi non se il loro maestro è autentico, bensì:
“Sono un discepolo?”. Gli studenti spirituali disillusi
passano la vita a puntare il dito contro i falsi maestri e a
negare la necessità di un maestro vivente ed esteriore,
ma la verità è che loro stessi non sono riusciti
a essere quel tipo di studente necessario ad attirare un maestro
autentico.
Il punto sta nell’essere implacabilmente onesti con se
stessi sui motivi per i quali stiamo cercando un maestro, e
cosa ci aspettiamo da lui. Se cominciamo la vita spirituale
perché vogliamo trovare un nuovo partner sexy, forse
non abbiamo affatto bisogno di un maestro. Se pratichiamo la
meditazione perché vogliamo essere più sicuri
di noi stessi e avere più potere personale, andrà
bene qualsiasi insegnante carismatico. Ma se siamo sul cammino
spirituale perché stiamo cercando di realizzare il nostro
potenziale più elevato, avremo bisogno di un maestro
autentico, e per trovarlo dobbiamo diventare discepoli autentici.
Talvolta, per imparare il discernimento e la discriminazione
sul cammino spirituale, dobbiamo incontrare una serie di falsi
insegnanti. Così impareremo a distinguere tra il falso
e l’autentico. In ultima analisi, dobbiamo assumerci la
responsabilità di essere finiti con degli insegnanti
falsi, perché in noi c’era qualcosa che ci ha impedito
di vedere con più chiarezza. Solo allora potremo proseguire
sul cammino spirituale con più lucidità.
Un
cammino confuso
Le
splendide luci delle esperienze mistiche e dell’estasi
segnano spesso l’inizio di un cammino spirituale, la cui
fine promette di essere ugualmente soddisfacente. Nel mezzo,
però, esso è confuso. È tale perché
nulla è certo riguardo l’evoluzione spirituale.
A un certo stadio, la visione mistica può costituire
un’ispirazione fondamentale per il nostro progresso, mentre
a un altro stadio la stessa visione può essere una scusa
per affermare prematuramente di esserci illuminati. La nostra
voce interiore può darci la guida necessaria o riempirci
di bugie. Possiamo trovarci a disagio con il nostro maestro
perché è un ciarlatano, oppure perché sta
portando alla luce parti del nostro ego che preferiremmo evitare.
In quest’ultimo caso, diciamo che il maestro è
un ciarlatano, quando in realtà è la nostra falsità
che è stata portata alla luce.
Il cammino spirituale è un processo di graduale disillusione
nel quale tutte le nostre idee riguardo chi siamo, cos’è
la vita, cos’è Dio, cos’è la Verità
e cos’è lo stesso cammino spirituale vengono smontate
e distrutte. È anche un cammino entusiasmante, perché
questa opera di smantellamento alla fine ci lascerà con
la nuda Verità, che è l’unica cosa che alla
fine può soddisfarci.
Il cammino spirituale è vivo; muta e si evolve davanti
ai nostri occhi. Poiché sul nostro progresso e le nostre
conquiste spirituali non possiamo avere certezze, il nostro
compito è affrontare totalmente e senza compromessi le
sfide che si presentano di fronte a noi. Se le nostre motivazioni
sono serie (non solo riguardo la nostra evoluzione spirituale,
ma anche riguardo il nostro impegno verso una genuina cultura
spirituale in occidente), non possiamo accontentarci di un falso,
la spiritualità New Age (per quanto essa possa essere
confortante). La spiritualità autentica ci sta aspettando.
Mariana
Caplan è counselor, antropologa culturale e autrice di
un libro in cui mette in discussione molti aspetti della spiritualità
occidentale. Esso, (Halfway up the Mountain: the Error of Premature
Enlightenment), che secondo “Publishers Weekly”
solleva molti dubbi sulle vere “motivazioni degli incantatori
di serpenti dell’era moderna”, spinge i ricercatori
spirituali a pagare il giusto prezzo per la dura strada verso
l’illuminazione.
IL
SESSO DEBOLE
di
Luca Rossi
Sono
ormai quasi una decina d’anni che mi trovo ad esser spettatore/attore
della continua, coerente, stupefacente avventura del “viaggio”
all’interno della mia coscienza. Proprio così,
non esiste definizione migliore per descrivere cosa rappresenta
per me il Reb. transpersonalee. La scoperta dello spazio interiore
della coscienza. Potrebbe sembrare come la scoperta dell’acqua
calda. E’ normale che tutti noi siamo dotati dello spazio
interno. I nostri desideri, sogni, ragionamenti, sensazioni,
allucinazioni, intuizioni perversioni, simboli, istinti, idee,
aspirazioni, intelligenze, precarietà, sensi di colpa
,l’amore. Quante parole, e la cosa più incredibile
è che tutte indicano una porzione di spazio vitale nel
nostro interno. Vedete, uno dei conflitti più importanti
scaturiti dalle numerose esperienze di picco avute respirando,
è stato fra l’esaltazione del territorio dove queste
esperienze avvenivano, e l’inadeguatezza, l’impossibilità
di descriverle via linguaggio, perché strumento di descrizione
analitica e dualistica. Che frustrazione cercare di descrivere
il movimento d’ unità e integrazione necessario
per la mia felicità, usando un bisturi che imponeva tagli
e suture. La frustrazione era diventata così insopportabile
che la mia energia creativa d’intuizione integrale (sono,
aimè, mancino dalla nascita) era letteralmente drenata
dalla costante tensione dell’impossibilità linguistica
di condividerla (dividerla-con). Molte volte sono stato sul
punto di dire ma a che serve fare lo psiconauta, scoprire mondi
d’insospettabile grazia e completezza e sentirsi sempre
e comunque solo? Meno male che la contropartita della mia coscienza
era già in atto, la crisi e la dovuta distanza, la fiducia
che se avessi avuto perseveranza, la fine del conflitto si sarebbe
risolta da se, infatti due sedute importanti, una lettura geniale
e bingo. Come, diciamo con Jole, il gettone è caduto.
Mappa e Territorio. Com’ è sottile la differenza.
Da una parte la mappa e il territorio non coincidono mai, dall’altra
sia la mappa che il territorio sembrano essere parte imprescindibile
l’una dall’altra. La mappa descrive la superficie,
nell’atlante si possono solo vedere montagne ed oceani
piatti, nel territorio si riesce ad evidenziarne le profondità,
così come leggere gli innumerevoli atlanti della coscienza
che descrivono la coscienza, dove i nostri sogni, intuizioni
e memorie sono tracciate in maniera piatta. Nell’esperienza
diretta solamente si può notare la profondità
delle nostre esperienze. Quindi il mio conflitto di profondità
ok, contro superficialità bad, si è risolto nella
comprensione di un aspetto determinante che era omesso. Il possessore
e l’osservatore sia della mappa che del territorio. Il
navigatore di tutte le superfici/profondità, di tutti
gli Alti/Bassi, di tutti gli esseri/non esseri, di tutti gli
Spiriti/Materie, di tutti gli uomini/donne. Oops!! Uomini vs.
Donne. Oggi le mie esperienze psiconautiche sono approdate al
paradosso che determina la percezione del conflitto fra questi
due fenomeni del cosmo. Conflitto che vivo non solo per la consapevolezza
di come osservo nel mondo, in tutte le sue espressioni, lo stato
gerarchico di predominio di un opposto (maschile) sull’altro
(femminile), no, il conflitto è vivo anche dentro me,
costantemente due flussi contrapposti dove “uno”
deve necessariamente soffocare “l’altro” per
conformarsi allo stato di supremazia che si osserva pure fuori.
Ad oggi la mia sensibilità allenata dalla esperienza
della mia doppia natura della coscienza mi porta costantemente
ad agire nel mondo con una ennesima doppia modalità.
Molte volte, non solo mi ritrovo a percepirmi, mosso dall’energia
della mia parte femminile, ma, la cosa mi piace assai. Di contro,
quando succede il contrario, sono e mi piace essere uomo. Una
contraddizione in termini? Può essere, ma come ho detto
prima, termini che si sono dovuti adattare a realtà esistenti
nella coscienza, ed è proprio così. Autenticamente
uomo/donna, non come un essere asessuato e con una qualche crisi
d’identità psicosessuale, Come mi appare il mondo
a riguardo è qualcosa di straordinario, qualsiasi movimento
di conoscenza che si accinge a spiegarci il mondo lo fa per
entrambi (sessi) dal punto di vista maschile. Dalle parodie
religiose e dalla storia della chiesa si è visto una
totale subordinazione della figura maschile a quella femminile.
Basti pensare ad Adamo ed Eva, la scelta dellla credenza della
verginità biologica della Madonna a semplicemente la
scelta incondizionata di promuovere un Dio (o) maschile, ad
entrambi i sessi. Ma cosa se ne fa una donna di un Dio esclusivamente
maschile che detta leggi basate solo sull’individuazione/differenziazione,
sul dominio dell’Uno sugli altri, sul non desiderare la
donna d’altri, tu partorirai nel dolore e così
via, in nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo, i fantastici
quattro “O.” La religione ha contribuito costantemtente
nel porre fine, nel sedare il dubbio che magari maschietti,
ma ancor peggio qualche femminuccia potessero accingere ad una
verità, magari, più equanime. Secoli e secoli
di repressione psicologica affinchè tutti noi credessimo,
fino ad oggi, a questa subordinazione di ruoli. Meno male, che
poi si è risvegliato il nostro potenziale collettivo
alla ragione. Non si può più credere alla verginità
biologica della Madonna, tantomeno ad un Dio maschile, anzi
ad un Dio e basta (ma quello è un altro discorso), l’epoca
dell’oscurantismo è cessato, si và verso
la modernizzazione, che implica un Dio/nonDio chiamato sua maestà
il PENSIERO, i quattro “O” di prima compressi in
Uno. Cazzo, l’Uno ha trazione integrale, quattro ruote
motrici. Non voglio, ora, stare a far la disamina storica dell’evoluzione
di questo fenomeno, ma raggiungere un accordo, sia per i maschietti
che per le femminucce su quanto sia arduo nascondere questa
“verità” con cui costantemente fare i conti:
il peso della diversità. Sentire di amare l’altro
rinuncando alla nostra “intimità” cosa significa
per noi maschietti? Mentre, per noi donne, cosa significa amare
l’altro, se la mia totale “fusione” con il
rapporto, è messa a rischio? La crisi in una coppia,
penso, generi paure diverse negli elementi fondamentali, appunto
l’uomo e la donna. L’uno rivolto a salvaguardare
l’ “io”, e l’altra che deve salvaguardare
il “noi”. Indovina, a quale delle due tipologie
corrisponde il tuo sesso? Fatto? Procediamo. Torniamo alla storia
brevemente, Illuminismo e romanticismo, pensiero e gaia. Il
periodo del romanticismo, ondata “femminile” che,
nel mondo occidentale, favorisce la nascita di una visione del
mondo, o meglio di Divinità con la (A). Welcome to the
“GAIA’S WORLD”. Natura, fluidità, cura
dell’altro, empatia, EMPATIA!!! Pensiero+Gaia, benvenuto
nel mondo di Freud e la psicologia dell’Edipo. Grandisime
scoperte all’interno della coscienza, l’inconscio
di qualsiasi specie fa paura, non regge, bisogna trasferire
questa paura su qualcosa d’altro, ah l’Ombra. Ancora
una volta un “O” vs. “A”. Ora, torniamo,
per un attimo al discorso di mappa e territorio. L’ego
è sano se si differenzia da che? E per una donna? Il
complesso di Elettra? Ma dai? E che è? Avete mai visto
un solo libro, o forse per mia ignoranza indicatemelo, sull
complesso d’Elettra? Io immagino la scelta di uno psicoterapeuta
freudiano come si sente quando si troverà ad applicare
la sua analisi nei confronti di pazienti donne. Dove fanno risalire
la possibile causa di qualsiasi disturbo di relazione di una
donna? Come indicano la mancata, probabile individuazione/differenziazione
nella coscienza femminile? Visto che per almeno nei primi tre
anni d’ età i figli di entrambi i sessi assorbono
lo stesso imprinting materno, perché sono stati solo
uomini che hanno osservato e creato una scienza che sanasse
l’eventuale mancata differenziazione edipica per entrambi?
E le mamme? Il rapporto che esiste a quell’eta tra mamma
e figlia, e mamma e figlio si sviluppa, salvo intoppi, secondo
due piani diametricalmente opposti. Il rapporto mamma - figlio
caratterizzato da un graduale distacco, il maschietto deve risolvere
dentro se questo cruciale distacco, per evitare di proiettare,
in seguito, la figura introiettata, altrimenti inconscia, su
qualsiasi aspetto che si tinge di rosa. Per le femminucce, si
crea da subito un rapporto basato esattamente sull’opposto,
ossia sull’attaccamento. Le due figure sembrano da subito
avere un rapporto di mutua assistenza, la madre verso la figlia
e viceversa, mentre nel rapporto con il figlio, l’assistenza
è monodirezionale, esclusivamente dalla madre verso il
figlio, e dal figlio verso se stesso. Nell’uomo il riuscito
sganciamento dalla figura materna fornisce proprio le capacità
di rimanere in sè, la super individualità ( non
divisibile), l’uomo deve essere tutto di un pezzo, dovrà
riuscire a trasformare il suo nucleo affettivo attraverso la
logica del potere del me sugli altri, all’altezza di qualsiasi
situazione dove è in pericolo la mia perdita d’
individualità, riuscendo in ciò sempre attraverso
un sistema di leggi e codici basati sulla morale maschile. La
donna nell’atttaccamento e nel prendersi cura dell’altro
da sè, sviluppa una capacità di empatia, che le
servirà per trasformare il suo nucleo affettivo più
immediato con l’amore e la comprensione, l’accudimento
cercando sempre di salvaguardare, di sacrificare sè per
tenere la coesione e l’unita del gruppo. L’uomo
riesce a sacrificare i suoi rapporti per salvare sè,
la donna sacrifica più facilmente sè per salvare
i suoi rapporti. Ora, per tornare alla polemica personale, ma
perché nella nostra storia evolutiva abbiamo scelto di
prediligere unidirezionalmente, di sbilanciarci tutti verso
il maschile, relegando un potenziale d’empatia e cura
femminile ad un ruolo di sottomessa subordinazione? Perché
la sanità psicologica infantile ed adolescenziale, anni
cruciali per il nostro sviluppo, viene applicata ad entrambi
i sessi usando esclusivamente dati empirici raccolti da uomini?
Piaget, Freud, Erickson, Kohlberg per citarne solo i più
famosi. Questa collettiva inconscia sottomissione a questa tendenza,
dal primo giorno della mia vita prescelto e destinato ad un
ruolo di successo come maschio, o essere destinata dal primo
giorno come femmina, impone alla donna che l’unica chance
che ha per emanciparsi è di assomigliare il più
possibile all’uomo. Ora annetterò un articolo scritto
in occasione della presentazione del libro di Carol Gilligann
“La nascita del piacere”.
Ma chi è la Gilligan?
Beh, sicuramente la mia fonte d’ispirazione attuale riguardo
questa cruciale tematica.
Citazione
dall’articolo del Manifesto del 25 settembre 2005
Voci dissonanti
È
per questo, del resto, che Gilligan è a Milano, invitata
per la seconda volta dal centro «Donne e differenza di
genere» dell'Università statale. Bianca Beccalli
e Chiara Martucci hanno curato per La Tartaruga (“Con
voci diverse. Un confronto sul pensiero di Carol Gilligan”)
gli atti del primo incontro con lei di due anni fa, e in questo
libro è la stessa Gilligan a raccontare le tappe del
suo percorso intellettuale. A fine anni Sessanta Gilligan, che
oggi insegna alla New York City University, lavorava a Harvard,
con Erikson e Kohlberg, in una ricerca sulle situazioni di conflitto
morale, e nel `73, dopo la legalizzazione dell'aborto, decise
di concentrarsi sul dilemma morale femminile sulla prosecuzione
o interruzione di una gravidanza. In a different voice nacque
dall'ascolto di quelle voci femminili «dissonanti»,
che «resistevano alle categorie della teoria psicologica
e anche ai termini del dibattito pubblico sull'aborto»
e spalancavano la porta alla scoperta di una differenza fra
il soggetto morale maschile e femminile che a sua volta portava
a «un modo diverso di parlare della condizione umana».
Il nocciolo della scoperta stava nella messa a fuoco di una
posizione etica femminile orientata alla relazione, contro quella
maschile orientata all'individualismo; ma questo nocciolo, cui
in seguito In a different voice è stato ridotto, non
ne esaurisce e in parte rischia di tradirne il senso. Non si
trattava infatti, sottolinea oggi Gilligan, di inchiodare donne
e uomini a questa sorta di divisione sessuale del lavoro morale,
ma di decostruirla e di cambiarne il segno. Quella distanza
fra donne e uomini, che la teoria psicologica e il senso comune
leggevano come spontanea vocazione delle donne all'oblatività
verso l'altro («l'olocausto di sé» di cui
nello stesso `73 scriveva in Italia Carla Lonzi) e degli uomini
alla concentrazione sul sé, si rivelava una differenza
indotta dall'iniziazione femminile all'ordine patriarcale e
alle sue opposizioni binarie e gerarchizzate («la testa
sul corpo, il pensiero sulle emozioni, il sé sulle relazioni,
i padri sopra le madri»). Di più.
Correntemente interpretata come un deficit rispetto allo standard
di autonomia del soggetto maschile, la posizione femminile si
rivelava in realtà «non più deficiente ma
differente», portatrice di un diverso modo di percepire
e costruire la realtà, basato sulla rottura di quelle
opposizioni, sul contatto fra corpo e testa e fra esperienza
e linguaggio, sulla matrice relazionale dell'io e dell'esistenza
umana. Il deficit era in realtà una risorsa. Diversamente
interpretata, la differenza femminile apriva nella pratica un
percorso di libertà - «le donne potevano rompere
quello che era stato un cerchio perfetto: uomini autonomi che
parlavano per se stessi, donne sottomesse che facevano eco ai
giudizi degli uomini»- e comportava nella teoria, psicologica
e politica, uno «spostamento del paradigma» tradizionale
costruito sul preteso universalismo della misura maschile.
Rottura dell'ordine simbolico patriarcale, mancanza femminile
ribaltata in risorsa, ripetizione del ruolo rovesciata in salto
di libertà, spostamento del paradigma universalista:
sono concetti e passaggi familiari a chi frequenta il pensiero
italiano della differenza, che li ha elaborati negli stessi
anni sulla base della pratica politica, e che ha via via modificato
la pratica politica e la proposta teorica per evitare il rischio
che vengano riassorbiti in un nuovo paradigma identitario o
essenzialista, con donne e uomini, femminile e maschile, inchiodati
a un rinnovato catalogo di vizi e virtù pubblici e privati.
Gli incontri milanesi con Carol Gilligan alla Casa della cultura
e alla Statale, sono attraversati da questa preoccupazione,
di cui Carol stessa ha fatto esperienza. È vero che In
a different voice ha influenzato le lotte femminili e la teoria
politica - basta pensare alla critica dell'individualismo e
della grammatica dei diritti che si è sviluppata sulla
base della categoria della relazione - , ma è anche vero
che nella cultura americana mainstream, oggi battuta dal vento
neocon, «il messaggio di quel libro è stato ricondotto
al vecchio paradigma binario che voleva rompere»: donne
dedite alla relazione e al lavoro di cura, mentre la virilità
è oggetto di violente cure ricostituenti; nuove opposizioni
fra sentimenti e ragione, nuove censure e cesure fra indicibilità
dell'esperienza privata e retorica pubblica, fra emotività
sociale e sovranità razionale.
Per questo, dice Gilligan, quel libro, che non voleva solo dare
voce alla differenza femminile ma interpretare e trasformare
la realtà con voce differente, va ripensato e rilanciato
oggi che «vecchie voci tornano a occupare la scena»:
quella della guerra, quella del fondamentalismo che in tutte
le religioni si avvale di una base patriarcale, quella della
sessuofobia che sottostà allo scontro pubblico sull'aborto,
sui matrimoni gay e sulla procreazione assistita da una parte
e dall'altra dell'Atlantico. Mentre le voci che continuano a
battersi per il «cambio di paradigma» «vengono
messe a tacere in nome dell'onore, della Verità, del
nascondimento delle ferite e della vergogna».
La seconda scelta
Non sembra tanto la condizione delle donne quanto piuttosto
quella degli uomini a preoccupare Gilligan oggi. Con la rivoluzione
femminista, dice, «le donne hanno conquistato quella che
il New York Times ha chiamato di recente the second choice»:
amano il loro lavoro, frequentano università prestigiose
eppure si prendono la libertà di disobbedire al diktat
della carriera quando preferiscono dare spazio ad altre sfere
di vita; la libertà femminile guadagnata può arretrare,
ma non si perde. La virilità, invece, è bombardata
dal backlash patriarcale: «cos'è un vero uomo?
è ridiventata una preoccupazione centrale nel discorso
pubblico americano». È stata la virilità
americana infatti a essere messa in scacco e «ridicolizzata»
dall'attacco dell'11 settembre: «e quando la virilità
si sente ridicolizzata, reagisce con la violenza. Le donne lo
sanno, e in questi casi sanno fare un passo indietro per prendere
le distanze dalla violenza». Ma inevitabilmente questa
ansia della virilità ha i suoi effetti anche sulle donne:
tacita di nuovo la loro voce, fa ripartire il circolo della
dissociazione fra emotività e razionalità, corpo
e mente, relazionalità e decisione, «femminile»
e «maschile». Donne e uomini, dice Carol, dovrebbero
lottare insieme per spezzarlo, ma sono di nuovo le donne a dover
fare da battistrada, o non se ne uscirà. Sono le donne
più degli uomini, secondo lei, a essere potenzialmente
portatrici di quella «resistenza» psicologica inscritta
nel corpo che dicevamo all'inizio: perché nelle donne
il processo di interiorizzazione delle scissioni e delle gerarchie
dell'ordine patriarcale inizia più tardi che negli uomini,
e lascia aperta e viva la memoria di una condizione non scissa
e non gerarchizzata dell'esperienza e dell'emotività.
C'è qualche segno, di questa resistenza psicologica che
può diventare politica? Secondo Carol c'è, anche
se nella sfera più propriamente politica, o per meglio
dire nella politica della rappresentanza, il vantaggio femminile
guadagnato nell'ultimo quarto del Novecento sembra essere bruciato:
nelle ultime elezioni presidenziali, il gender gap che era stato
determinante per i due mandati di Clinton portandogli una considerevole
percentuale in più di voti femminili, non ha funzionato,
o si è spostato a destra. Ma nell'azione sociale le donne
ricominciano a muoversi, come dimostra la stessa qualità
della domanda , «mi dica perché è morto
mio figlio» di Cindy Sheehan davanti al ranch di Bush
in Texas, e il sostegno femminile che la sua azione ha avuto.
E poi, sostiene Gilligan - che del presidente Bill Clinton è
dichiaratamente nostalgica - «se Hillary si candiderà
alla Casa Bianca, avrà un effetto simbolico dirompente
sul mondo femminile». Basta questo? O ci vuole qualcos'altro
per scuotere la società americana, ad esempio che la
memoria dell'11 settembre si stacchi dalla retorica della vendetta?
Fra le resistenze «memorizzate» dal corpo sociale,
c'è «un'altra» memoria dell'11 settembre?
«Sì, c'è, la memoria di una ferita che non
domanda ritorsione ma coscienza dell'interdipendenza globale
in cui tutti, anche la grande potenza americana, ci troviamo».
Interdipendenza, relazione, amore, la sequenza sta qui. L'ultimo
libro di Gilligan, tradotto un anno fa da Einaudi, si intitola
La nascita del piacere, e rilegge il mito di Amore e Psiche
nella chiave di una resistenza di Psiche alla reificazione,
alla sottomissione, al sacrificio di sé, alla rinuncia
della relazionalità che Amore vorrebbe imporle. Psiche
non ci sta, mette a rischio tutto ma alla fine vince. Il mito
parla ancora di noi per noi: «L'amore resta l'arma più
potente da scagliare contro il paradigma della dissociazione.
Non è un caso che nessuno oggi ne parli, spetta a noi
donne squarciare questo silenzio, scandalosamente».
Questo, ovviamente è in riferimento alla condizione americana,
ma penso sia la stessa ovunque. Forza donne, sta a voi scuotere
le coscienze maschili, a ridestare la “mancanza”
che si vivono negando la loro femminilità. Penso sia
proprio questa la strada, evitando la vendetta, modalità
come abbiamo visto, prettamente maschile. La strada del coraggio
dell’emancipazione deve passare attraverso la forza dell’amore
che risiede nei livelli superiori della coscienza, i domini
transpersonali dove non esiste l’appannaggio maschile,
no, lì in quei domini, voi donne realizzerete l’espansione
della vostra empatia divina a tutte le creature del cosmo.
Beh!!,
Jole con me c’ è riuscita, facendo da specchio,
proprio come una maestrA, e riflettendo dentro la mia interiorità
il suo/mio tesoro. Lo scrigno dove dentro trovo, la capacità
d’amare l’altro rinunciando, a volte, alla mia rigida
identità, che mi ha fatto sentire in tutta la mia vita,
una negazione continua del bisogno dell’altro, strozzandomi
in una morsa d’isolamento che quasi mi uccideva. La capacità
d’empatia che colorisce ogni mia relazione rinnovando
questo miracolo chiamato “noi” quotidianamente,
e che placa questa innata spinta a dover competere contro tutto
e tutti. La cessazione di vedere un nemico dietro ad ogni angolo.
La pace interiore si raggiunge solo quando, ad ogni chakra,
livello, stadio della nostra coscienza, proprio là dove
si trova ognuno di questi, se si osserva più attentamente
si vedrà che sono “punti” nati dall’intersezione
delle due energie, maschili e femminili che facendo l’AMORE,
percorrono insieme sia in maniera ascendente che discendente,
per unirsi nel capo formando una coppia d’ ali. Questo
tipo di consapevolezza, penso possa essere utile epr ribilanciare
questo squilibrio, che genera tutta la nostra infelicità.
di
Luca Rossi febbraio 2008
Einstein
Freud Buddha
Q:
Per tornare al viaggio del Sè attraverso l’intero
spettro della coscienza, possiamo affermare il fatto che gli
stadi più alti della coscienza possono essere sabotati
per via di repressioni negli stadi più bassi, vere e
proprie guerre civili interne?
KW: Penso proprio di sì. Il Sè puo reprimere ed
alienare aspetti di sè, con il risultato di avere meno
energia potenziale per mantenere ulteriori sviluppi evolutivi,
e presto o tardi questo porterà lo sviluppo ad uno stop.
Ecco un semplice esempio: diciamo che tu a livello della tua
nascita hai potenziale 100 e mettiamo che durante la prima crescita
si dissoci un “piccolo comparto” allo stadio 1 dello
sviluppo morale, diciamo una scissione di dieci unità
di sè. Si arriverà, quindi allo stadio 2 della
morale con 90 unità rimaste.
Perciò il sè si troverà con le 90 unità
e con il comparto subconscio di dieci bloccate al livello 1,
residente al piano terra, che usa il suo 10% di consapevolezza
nello sforzo di plasmare l’intero organismo ad agire secondo
i suoi arcaici desideri, pulsioni e interpretazioni. E ciò
è possibile ovunque nel cammino di sviluppo e di crescita.
Il punto è che una volta raggiunta l’età
adulta, avremmo facilmente potuto perdere il 40, 50% del nostro
potenziale, perso in separati e dissociati piccoli sè,
piccoli scomparti, piccoli segreti soggetti, che tendono a rimanere
al livello dove ebbe luogo la dissociazione.
Perciò, si avranno questi piccoli “barbari”
che infuriano al pian terreno, che impulsivamente ordinano di
essere accuditi, di essere serviti, di essere il centro dell’universo,
e che diventano incredibilmente violenti se non vengono soddisfatti.
Questi urlano e strillano e mordono e pizzicano, e siccome noi
non sappiamo neppure che sono lì, interpretiamo il loro
movimento interiore
come depressione, ansia, e come qualsiasi sintomo nevrotico.
Q: E questo di sicuro danneggerà anche i livelli più
alti di crescita?
KW: Sì, il fatto è perché questi piccoli
soggettti tendono a drenare energia per garantirsi la permanenza
al loro livello. Non solo usano energia per auto - affermarsi,
ma l’energia con cui noi vogliamo combatterli ci drena
ulteriormente, e ben presto si entrerà in rosso fisso
nell’indicatore di energia vitale.
Sì, sicuramente anche i livelli alti saranno sabotati.
Diciamo che per raggiungere il livello sottile o psichico necessiti
di 65 unità e ne hai solo 60
Di sicuro tu quel livello non lo raggiungerai. Ecco perché
noi dobbiamo integrare Freud e Buddha (n.d.r e io aggiungo Einstein),
vogliamo integrare la “psicologia della profondità”
con la “psicologia dell’altezza”. Infatti
per la prima volta nella storia del genere umano , abbiamo la
possibilità di avere accesso a tutti e Due (Tre) . Le
profonde scoperte dell’Ovest moderno, l’intera nozione
dell’inconscio psicodinamico, e l’integrazione con
le scoperte delle antiche tradizioni mistico contemplative,
sia orientali che occidentali, al fine di avere un approccio
a “tutto spettro”.
Q: L’importanza di unire Freud e Buddha (e il buon vecchio
Zio Albert) stà nel fatto che se si hanno il 40% del
potenziale bloccato al piano terra, è più che
sicuro che non ce la farai a relizzare l’attico, come
regola generale.
KW: Come regola generale: se non fai amicizia con Freud e Buddha
non ci arriverai mai?
Con la psicologia del profondo si possono ri-contattare quei
sintomi (oloni) ed esporli alla coscienza, per essere finelmente
liberati dalla loro fissazione e dissociazione, per raggiungere
ii sottostante flusso della coscienza. Possono reinserirsi nel
programma iniziale, e cessare le loro reazionarie e antievolutive
resistenze nei bassifondi della coscienza. Questi oloni possono
essere reintegrati nel tuo Sè primario così da
avere riacquisito quel potenziale perso e ritrovarti ora ad
un 70 80%, e con questa energia ora riprendere il cammino verso
i livelli sottili e transpersonali della coscienza. E se ciò
avviene, se la crescita transpersonale è ingaggiata con
grande vigore e intensità, potresti trovarti non solo
a salire la SCALA, ma a mollarla del tutto.
In termini Zen si potrebbe dire: Tu sei in cima ad un palo alto
cento metri, e comunque, ancora, devi fare un ulteriore passo.
Come fai a fare un passo in cima ad un palo alto cento metri,
dove sarai una volta fatto il passo?
Quando si fa il passo dalla Scala, sei in caduta libera nel
Vuoto. Dentro e fuori, soggetto e oggettto, perdono il loro
significato. Non sei più “dentro qui” guardando
il mondo “là fuori”!. Tu non stai guardando
il Kosmo, tu sei il Kosmo. L’universo annuncia se stesso,
splendente ed ovvio, chiaro e raggiante, con niente fuori e
niente dentro, un gesto senza fine di grande perfezione, raggiunta
spontaneamente. Autentica scintilla Divina in ogni vista ed
in ogni suono. Il sole splende non sopra te ma dentro te, ed
intere galassie sono nate e morte all’interno del tuo
cuore. Spazio e Tempo luccicanti immagini danzanti di fronte
al raggiante Vuoto e l’intero universo perde tutto il
suo peso. Puoi bere la Via Lattea in un semplice sorso, e mettere
Gaia sul palmo della tua mano e benedirla, e tutto sembra la
cosa più normale del mondo, così normale da non
pensarci più.
Un
regalo per la mia bella Vale
Da Ken Wilber e me
Traduzione
di Luca Rossi da:
“Brief History of Everything” di KEN WILBER
GESÙ:
LA SUA RELIGIONE O LA RELIGIONE CHE PARLA DI LUI? Alan
Watts
Qualche
anno fa, avevo appena finito un discorso in televisione quando
uno degli annunciatori mi si avvicinò e disse: «Se
si deve credere che questo universo è nelle mani di un
Dio intelligente e benevolo, non pensa che Egli ci avrebbe fornito
un'infallibile guida di comportamento e la verità sull'universo?»
Naturalmente io sapevo che quella persona per guida infallibile
intendeva la Bibbia. Così risposi: «No, proprio
per niente, perché penso che un Dio d'amore non darebbe
ai Suoi figli qualcosa che farebbe marcire il loro cervello».
Se avessimo una guida infallibile non penseremmo mai per conto
nostro e perciò la nostra mente si atrofizzerebbe. E
come se mio nonno mi avesse lasciato un'eredità di un
milione di dollari; sono contento che non sia andata così.
Perciò dobbiamo iniziare qualsiasi discussione sul significato
della vita e degli insegnamenti di Gesù con uno sguardo
alla spinosa questione dell'autorità, in particolar modo
dell'autorità delle Sacre Scritture. Soprattutto negli
Stati Uniti c'è un enorme numero di persone che sembra
credere che la Bibbia sia scesa dal cielo, portata da un angelo,
nell'anno 1611, cioè quando la cosiddetta versione King
James, o più correttamente, la Versione Autorizzata della
Bibbia, venne tradotta in inglese. Avevo uno zio un po' pazzo
che credeva che ogni parola della Bibbia fosse letteralmente
vera, comprese le note a margine. Qualsiasi data indicata in
queste note (per esempio, che il mondo è stato creato
nel 4004 a.C.) egli credeva fosse parola di Dio. Un giorno stava
leggendo un passaggio nel Libro dei Proverbi e vi trovò
una parola disdicevole; da allora in poi non ne ha voluto più
sapere. Fino a che punto si può diventare protestante?
La questione dell'autorità necessita di essere capita.
lo non pretendo di avere nessuna autorità in ciò
che vi dico, ad eccezione dell'autorità della storia.
Naturalmente si tratta di un'autorità molto incerta;
ciò nonostante, dal mio punto di vista, i quattro Vangeli
devono essere considerati, nell'insieme, come documenti storici.
Voglio perfino riconoscere i miracoli: di norma, infatti, essendo
io una persona profondamente influenzata dal buddhismo, non
ritengo i miracoli particolarmente impressionanti. Le tradizioni
dell'Asia (l'induismo, il buddhismo, il taoismo e così
via) sono piene di storie di miracoli, che vengono accettati
con grande facilità. Nessuno, me compreso, pensa che
siano segni particolari. Sono solo dovuti al potere psichico.
Naturalmente noi occidentali, grazie alla scienza e alla tecnologia,
abbiamo compiuto cose strabilianti. Potremmo far saltare in
aria l'intero pianeta. Nemmeno i maghi tibetani hanno immaginato
di fare gesta del genere. E’ per questo che il crescente
interesse per i poteri paranormali, che io chiamo “psicotecniche”,
mi fa un po' paura: abbiamo combinato già tanti pasticci
con la tecnica ordinaria che solo il cielo sa che cosa faremmo
se ci impadronissimo della psicotecnica e cominciassimo a risuscitare
i morti, a prolungare la vita in modo intollerabile e a realizzare
tutto quello che desideriamo.
In due parole, l'idea dei miracoli è semplicemente questa:
immaginate di essere Dio e di poter avere perciò tutto
quello che volete. Dopo qualche tempo, comincereste a dire:
«E’ noioso sapere in anticipo ciò che succederà».
A un certo punto vi verrebbe una gran voglia di una sorpresa.
Ed ecco che vi trovate seduti in questa chiesa, stasera, come
esseri umani. Sì, i miracoli sono probabilmente possibili
e per la verità non mi interessano granché. Se
leggiamo gli scritti dei primi padri della Chiesa, i grandi
teologi come san Clemente, Gregorio di Nissa, san Giovanni Damasceno
e perfino san Tommaso d'Aquino, troviamo che per loro i miracoli
sono un dato di fatto e quindi non ne parlano. Non sono interessati
neppure alla storicità della Bibbia. A loro importa il
significato più profondo. E allora vedono nella storia
di Giona e della balena una prefigurazione della resurrezione
di Cristo. Perfino quando parlano della resurrezione di Cristo,
non si curano della chimica o della fisica di un corpo risorto.
Ciò che a loro interessa è l'idea metafisica:
la resurrezione del corpo ha qualcosa da dire sul significato
del corpo fisico; scoprono cioè che il corpo fisico non
è qualcosa senza valore, qualcosa di non spirituale,
ma è un oggetto dell'Amore Divino. Perciò non
mi occuperò della veridicità dei miracoli. Mi
sembra completamente fuori bersaglio.
Come dicevo prima, considero i quattro Vangeli (e quindi anche
il Vangelo di Giovanni), nell'insieme, un buon documento storico,
tanto quanto ogni altro documento storico che abbiamo di quel
periodo. E di moda considerare il Vangelo di Giovanni il più
recente. Verso la fine del secolo scorso i maggiori critici
del Nuovo Testamento datarono il Vangelo di Giovanni intorno
al 125 d.C., per una ragione molto semplice. Quei critici presumevano
che gli insegnamenti essenziali di Gesù non potessero
includere una complicata teologia mistica. Dunque, affermarono:
«Deve essere più tardo». Ma in realtà
nel testo del Vangelo di Giovanni la topografia di Gerusalemme
e i riferimenti al calendario ebraico sono più precisi
di quelli contenuti negli altri tre libri di Matteo, Marco e
Luca. Quindi mi sembra assolutamente logico presumere che Giovanni
registrasse gli insegnamenti esoterici che Gesù impartiva
ai suoi discepoli e che Matteo, Marco e Luca prendessero nota
delle lezioni più essoteriche che Gesù dava a
tutti.
Che cosa si può dire dell'autorevolezza di queste Scritture?
Molte persone non sanno nemmeno in che modo siamo arrivati ad
avere la Bibbia come testo sacro. Noi occidentali la possediamo
grazie alla Chiesa cattolica, che ha raccolto e coordinato i
libri del Nuovo Testamento e ha adottato i testi del Vecchio
Testamento. Così, è stata la Chiesa cattolica
a diffondere la Bibbia, dicendo: «Vi diamo queste Scritture
in base alla nostra autorità e attraverso l'autorità
della tradizione informale che è sempre stata tra di
noi sin dall'inizio e che è stata ispirata dallo Spirito
Santo». Dunque, storicamente, abbiamo ricevuto la Bibbia
perché la Chiesa ha deciso così.
La Chiesa cattolica sostiene perciò, parlando collettivamente
sotto la presunta guida dello Spirito Santo, di avere l'autorità
di interpretare la Bibbia e noi non possiamo fare altro che
prendere o lasciare. E ovvio che l'autorevolezza della Bibbia
non è, prima di tutto, basa sulla Bibbia stessa. Pure
io posso scrivere una Bibbia e affermare che è veramente
la parola di Dio che ho ricevuto direttamente, e voi siete liberi
di prestarmi fede o no. Gli induisti credono che i Veda siano
una rivelazione divina e sono ispirati da altrettanto fervore
religioso come lo sono i cristiani o gli ebrei. I musulmani
credono che il Corano sia di ispirazione divina e alcuni buddhisti
credono che i loro Sutra siano anch'essi di origine divi¬na,
o per dire meglio, siano stati dati da Buddha stesso. I giapponesi
credono che gli antichi testi dello scintoismo siano similmente
di origine divina. Chi può giudicare? Se vogliamo discutere
su quale versione della verità sia quella corretta finiremo
fatalmente in una disputa in cui pubblico ministero e giudice
sono la medesima persona; nessuno vorrebbe una cosa del genere,
in caso dovesse comparire in tribunale. Se affermassi che Gesù
Cristo è l'essere più grande mai apparso sulla
terra, in base a che cosa lo direi? Ovviamente esprimerei il
mio giudizio personale, basandomi sui principi che mi sono stati
inculcati, in quanto sono cresciuto in una cultura cristiana.
Non esiste una persona imparziale che può decidere quale
sia la migliore tra tutte le religioni, perché ogni individuo,
in un modo o nell'altro, è stato influenzato da una di
esse. Così, se la Chiesa asserisce che la Bibbia è
vera, la valutazione finale spetta al singolo individuo. Credete
alla Chiesa o no? Se nessuno le crede, è assolutamente
chiaro che la Chiesa non ha nessuna autorità, perché
è sempre la gente la fonte dell'autorità. Ecco
perché Charles de Tocqueville disse che il popolo riceve
il governo che si merita. Qualcuno potrebbe obiettare: «Ma
è Dio stesso che possiede l'autorità». Come
lo dimostriamo? E’ una nostra opinione. Al che, quella
medesima persona potrebbe controbattere: «Aspettate e
vedrete. Il giorno del Giudizio Universale sta per arrivare
e allora capirete chi è l'autorità». Sì,
ma per il momento il Giorno del Giudizio non è in vista.
Anche questa è solo una nostra opinione. Non c'è
modo di trovare una risposta reale: dobbiamo rifarci alle opinioni
di altri, opinioni che noi facciamo nostre. Io non voglio negare
a nessuno il diritto di esprimere il proprio parere. Potete
certamente credere che la Bibbia sia vera alla lettera e che
sia stata effettivamente dettata da Dio a Mosè, ai profeti
e agli apostoli. Questa può essere la vostra opinione
e voi siete liberi di averla.
Ma io non sono d'accordo con voi. Per un certo verso, credo
che la Bibbia sia ispirata dal Divino. Però, per me,
l'ispirazione è qualcosa di completamente diverso dal
ricevere un messaggio dettato da un'autorità onnisciente.
Io penso che l'ispirazione arrivi raramente in parole. Infatti,
quasi tutte le parole scritte mediante scrittura automatica,
per un impulso paranormale, mi sembrano piuttosto povere. Quando
le persone dotate di questi poteri scrivono sulla profondità
dei misteri (invece di dirvi che malattia avete o chi è
stata vostra nonna), diventano superficiali. La filosofia comunicata
attraverso i poteri paranormali non è mai così
interessante come quella su cui si è meditato a lungo.
L'ispirazione divina, comunque, non è questo tipo di
comunicazione verbale o paranormale. Un esempio di ispirazione
divina è quella che, per ragioni che non possiamo capire,
ci spinge ad amare la gente. L’ispirazione divina è
saggezza ed è molto difficile da esprimere in parole.
E un'esperienza mistica. Una persona che scrive dopo aver vissuto
una tale esperienza potrebbe essere definita una persona ispirata
da! Divino. L'ispirazione può arrivare in sogno oppure
attraverso messaggi archetipici dall'inconscio collettivo, tramite
il quale si potrebbe dire che opera lo Spirito Santo. Ma poiché
l'ispirazione è sempre trasmessa per mezzo di un veicolo
umano, essa è soggetta a essere distorta da tale veicolo.
Io vi sto parlando con un sistema sonoro, ma se vi fosse qualcosa
che non funzionasse, qualsiasi verità esprimessi verrebbe
distorta. Sarebbe falsata la mia voce e voi fraintendereste
ciò che voglio dire. Similmente, tutti quelli che ricevono
un'ispirazione divina la esprimono nella lingua che conoscono.
Per lingua non intendo soltanto l'inglese, l'italiano, il latino,
il greco, l'ebraico o il sanscrito. Con il termine “linguaggio”
mi riferisco ai concetti che l'uomo ha a disposizione: inevitabilmente,
dunque, l'essere umano si esprime attraverso i concetti della
religione in cui è cresciuto.
Ora, supponiamo di essere stati educati in un paese cristiano.
Tutto quello che sappiamo della religione ci proviene dal cristianesimo;
se perciò qualcuno avesse un’esperienza mistica
del tipo in cui improvvisamente ci si accorge di essere uno
con Dio, questa persona si alzerebbe e direbbe: «Sono
Gesù Cristo». Ma la cultura in cui viviamo non
permette assolutamente un’affermazione del genere. La
gente confuterebbe: «Non sembri Gesù Cristo che
ritorna, perché le Scritture dicono che quando Gesù
ritornerà, apparirà nei cieli insieme con legioni
di angeli. Non ci pare che questo sia il tuo caso. Sei sempre
il vecchio Mario Rossi che abbiamo conosciuto anni fa, anche
se ora dici di essere Gesù Cristo». «Beh,»
replicherebbe Mario Rossi, «anche quando Gesù Cristo
diceva di essere Dio, nessuno gli credeva.» Ma Gesù
diceva di essere Dio perché stava cercando di esprimere
ciò che gli era accaduto nei termini di un linguaggio
religioso legato alla sacra Bibbia. Non aveva mai letto le Upanishad,
né il Sutra di Diamante. Non aveva mai letto nemmeno
il Libro Tibetano dei Morti, o l’I Ching, o Lao-tzu. Ma
se Gesù e la sua cultura, cioè la società
in cui viveva, avessero letto le Upanishad, non avrebbero avuto
difficoltà nel capire la sua affermazione di essere Dio.Perché
nelle Upanishad è scritto che noi tutti siamo incarnazioni
di Dio; anche se, è vero, non intendono la stessa cosa
che vogliono dire gli ebrei con il concetto “Dio”
e naturalmente non si servono di questa parola, ma usano il
termine Brahman. Il Brahman non è personale né
impersonale. Io direi che il Brahman è superpersonale.
Brahman non è né maschile né femminile.
Brahman non è il creatore del mondo (quest’ultimo
concepito come qualcosa di inferiore e soggetto al Brahman)
ma è l’attore del mondo, colui che recita tutti
i ruoli. Come un attore immerso nella parte, lo spirito divino
è talmente coinvolto nel ruolo che ne rimane ammaliato.
Anche tutto questo fa parte del gioco: l’essere stregati
al punto di credere: io sono quel ruolo.
Quando eravate neonati sapevate chi eravate. Gli psicanalisti
definiscono tale stato “sensazione oceanica”. Per
la verità, agli studiosi questa constatazione non piace
molto, ma devono ammettere che il neonato non è in grado
di fare una distinzione tra il mondo e la maniera in cui si
comporta nel mondo. Per lui è un processo unico: e, in
realtà, le cose stanno proprio così. Tuttavia,
molto in fretta ci viene insegnato ciò che siamo e ciò
che non siamo. Impariamo velocemente che cosa sia volontario
e che cosa sia involontario, perché ci possono punire
per le cose volontarie ma non per quelle involontarie. Così,
disimpariamo ciò che sapevamo all’inizio. E nel
corso della vita, se siamo fortunati, riscopriamo chi siamo
veramente: che ognuno di noi è ciò che in arabo
o in ebraico verrebbe definito “Figlio di Dio”.
L’espressione “Figlio di” significa “della
natura di”, come quando apostrofate qualcuno “figlio
di buona donna”. Così, “Figlio di Dio”
vuol dire “persona divina”, un essere umano che
ha la natura di Dio e ne è consapevole.
La mia ipotesi o opinione è che Gesù di Nazareth
sia stato un essere umano come Buddha, Sri Ramakrishna, Ramana
Maharshi, i quali negli anni dell’adolescenza hanno avuto
esperienze colossali di ciò che chiamiamo “coscienza
cosmica”. Non bisogna appartenere a un tipo particolare
di religione per sperimentarla. Può accadere a tutti,
in ogni momento, come quando ci si innamora. Questa esperienza,
ovviamente, può essere di un livello più o meno
elevato a seconda dei casi, ma esiste in tutto il mondo e quando
accade a voi, lo sapete. Talvolta succede dopo una lunga pratica
di meditazione e di disciplina spirituale; altre volte invece
avviene senza una ragione precisa. Diciamo che è la grazia
di Dio. Allora nasce la certezza che fino a quel momento avevamo
frainteso la nostra identità. Io non sono semplicemente
il vecchio Alan Watts; questo è completamente superficiale.
Invece scopro di essere l’espressione di qualcosa di eterno,
un nome che non può essere pronunciato, come il nome
di Dio era tabù per gli ebrei. Io sono, e improvvisamente
capisco esattamente perché ogni cosa è così
com’è. Tutto diventa perfettamente chiaro. Inoltre,
non sento più nessun confine tra ciò che faccio
e ciò che mi succede. Sento che ogni cosa che avviene
è una mia azione né più né meno
come è una mia azione il respirare. Siete voi che respirate
o vi accade? Potete percepirlo in entrambi i modi. C’è
questo grande evento che sta succedendo. Se nelle retrovie della
mente sapete come si chiama, direte che questo evento è
Dio, o la volontà di Dio, o l’opera di Dio. Se
non avete in mente un nome preciso, potete dire insieme con
i cinesi: «E’ lo scorrere del Tao». O se siete
induisti, direte: «E la màyâ del Brahman».
Mâyâ vuol dire potere magico, l’illusione
creativa, il gioco.
Capite bene, dunque, perché gli individui a cui succede
una simile esperienza si sentano sinceramente ispirati. Molto
spesso vengono pervasi da un sentimento di profondo calore umane,
perché vedono il Divino negli occhi di tutti. Quando
il grande mistico induista-musulmano Kabir era già molto
vecchio, guardava le persone attorno a lui e chiedeva: «A
chi devo predicare?» Vedeva l’Amato negli occhi
di tutti. Talvolta anch’io guardo negli occhi delle persone
e vedo che possiedono la stessa Presenza nelle loro profondità.
Eppure l’espressione sui visi sta chiedendo: «Chi,
io?» E divertente, ma è proprio così: ognuno
sta svolgendo un ruolo essenziale in questo colossale teatro
cosmico. La presenza dell’Amato pervade talmente tutto
e tutti che la si può percepire anche in gente che ci
è molto antipatica.
Supponiamo ora che Gesù avesse avuto un’esperienza
del genere. Come ho detto, queste esperienze hanno vari livelli
di intensità. La sua poteva essere stata una di quelle
veramente forti. Dalle parole di Gesù, soprattutto quelle
riportate nel Vangelo di Giovanni, qualsiasi studioso di psicologia
della religione deduce facilmente che tale esperienza deve senz’altro
aver avuto luogo, o perlomeno deve essere successo qualcosa
che le somiglia molto. Tuttavia Gesù aveva una limitazione:
non conosceva altre religioni oltre a quelle del Vicino Oriente.
Forse sapeva qualcosa sulla religione egiziana e su quella greca,
ma conosceva soprattutto quella ebraica.
Coloro che pensano che Gesù fosse Dio presumono che Egli
dovesse essere onnisciente. Tuttavia, san Paolo ci dice chiaramente
nella sua Epistola ai Filippesi che Gesù rinunciò
ai poteri divini per essere uomo.
«Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono di Cristo
Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò
un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò
se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile
agli uomini; apparso in forma umana umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte.» I teologi definiscono
questa spoliazione kenosis, che vuol dire appunto “svuotarsi
del proprio sé”. E’ ovvio che un essere onnipotente
e onnisciente non sarebbe mai stato realmente un uomo.
Persino se prendiamo in considerazione la dottrina cattolica
ortodossa sulla natura di Cristo (vale a dire che Gesù
era vero Dio e vero uomo), dobbiamo dire che per un vero Dio
essere unito a un vero uomo significa che il primo deve volontariamente
rinunciare a qualcosa: all’onniscienza, all’onnipotenza
e all’onnipresenza.
Come è scritto nel Vangelo di Giovanni, Gesù aveva
detto ad alcuni discepoli scelti: «Prima che Abramo fosse,
lo sono». «Io sono la via, la verità e la
vita.» «Io sono la resurrezione e la vita.»
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.» Io e
il Padre siamo Uno. «Chi ha visto me, ha visto il Padre.»
Questo linguaggio non può essere frainteso. Gli ebrei
non capirono ciò che Gesù intendeva dire e lo
uccisero, ovvero lo fecero uccidere, per blasfemia. Ma questo
non deve causare un risentimento particolare nei confronti degli
ebrei, perché è sempre stato così, anche
presso altri popoli. E’ successo, per esempio, a un grande
mistico sufi della Persia che visse la stessa esperienza.
Allora, come è andata la storia nel caso di Cristo? Gli
apostoli non hanno capito il punto. Sono sempre stati pieni
di riverenza nei confronti dei miracoli di Gesù e lo
hanno venerato come la gente venera un guru (sapete bene fino
a che punto si può arrivare). Perciò i cristiani
dissero: «Gesù di Nazareth era il Figlio di Dio.
Ma fermiamoci a lui: nessun altro è come lui».
E così misero Gesù sopra un piedistallo, cioè
in una posizione elevata e sicura, di modo che la sua esperienza
di coscienza cosmica e i problemi che ne derivarono non si sarebbero
ripetuti un’altra volta e non avrebbero più recato
noie a nessuno. Coloro che ebbero la medesima esperienza e la
raccontarono ai tempi in cui la Chiesa deteneva il potere politico
vennero quasi invariabilmente perseguitati. Giordano Bruno fu
bruciato sul rogo. Giovanni Scoto Eriugena fu scomunicato. Le
tesi di Meister Eckhart furono condannate e così via.
Alcuni mistici se la cavarono, ma solo perché usarono
un linguaggio molto prudente.
Quindi, vedete che cosa succede? Se mettete Gesù sopra
un piedistallo, strangolate il Vangelo dalla nascita. Vangelo
significa “buona novella” ma io non riesco proprio
a pensare dove sia la buona novella nel Vangelo così
come è arrivato a noi. C’è la rivelazione
di Dio in Cristo, in Gesù, e a noi viene richiesto di
seguire la sua vita e il suo esempio, ma senza avere il vantaggio
di essere figli del capo. La tradizione del fondamentalismo
cattolico e protestante ci presenta Gesù come un fenomeno,
nato da una vergine, il quale sa di essere il Figlio di Dio,
di avere il potere di compiere miracoli, ed è perfettamente
consapevole del fatto che è impossibile ucciderlo per
davvero, visto che alla fine risusciterà. Noi sappiamo
che nessuna di queste cose ci riguarda, però ci viene
chiesto di caricarci sulle spalle la nostra croce e di seguirlo.
E così, ecco che cosa succede: ci viene fornito un Vangelo
che è, di fatto, una religione impossibile. E’
impossibile seguire la via di Cristo e molti cristiani lo ammettono:
«Sono un miserabile peccatore. Non riesco a imitare l’esempio
di Cristo». Il cristianesimo ha istituzionalizzato la
colpa come una virtù. E ovvio che non riusciremo mai
a raggiungere il livello di Gesù e perciò abbiamo
sempre presente davanti a noi questa manchevolezza. Più
la percepiamo, più ci accorgiamo del profondo abisso
che c’è tra l’uomo e Cristo. Possiamo andare
a confessarci e se abbiamo un confessore buono, caro e comprensivo,
non si arrabbierà con noi. Ci dirà invece: «Figlio
mio, sai di avere gravemente peccato, ma devi renderti conto
che l’amore di Dio e di nostro Signore Gesù Cristo
è infinito e che naturalmente sei perdonato. Come segno
di ringraziamento, recita tre Ave Maria». Possiamo aver
commesso un omicidio, rapinato una banca, fornicato a destra
e a manca e così via, e sentirci terribilmente male per
quanto abbiamo fatto («Ho ferito Gesù, ho addolorato
lo Spirito Santo!»), ma sappiamo anche, in fondo alla
nostra mente, che ricominceremo da capo. Non possiamo farci
niente. Ci proviamo e falliamo e il senso di colpa sarà
sempre più grande: questo è il cristianesimo della
maggior parte delle persone.
C’è però anche un cristianesimo molto più
sottile: quello dei teologi, dei mistici e dei filosofi. Vi
garantisco che non è quello che viene predicato dai pulpiti,
da Billy Graham e da coloro che io definisco fondamentalisti
cattolici e protestanti. Come potrebbe essere dunque il vero
Vangelo? La vera buona novella non è semplicemente che
Gesù di Nazareth era il Figlio di Dio, ma che era un
potente Figlio di Dio venuto ad aprire gli occhi di tutti alla
verità che ognuno di noi è un potente figlio o
figlia di Dio. Questo fatto è perfettamente chiaro se
leggiamo il trentesimo versetto del decimo capitolo del Vangelo
di Giovanni, dove Gesù dice: «Io e il Padre siamo
Uno». Quando afferma ciò, vi sono attorno a Lui
alcuni individui che non sono discepoli intimi e che ne rimangono
scandalizzati. Raccolgono immediatamente alcune pietre per lapidarlo.
Ma Gesù chiede: «Vi ho fatto vedere molte opere
buone da parte del Padre mio; per quale di esse mi volete lapidare?»
Quelli rispondono: «Non ti lapidiamo per un’opera
buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo,
ti fai Dio». E Gesù, citando il Salmo 82, replica:
«Non è forse scritto nella vostra Legge: “Io
ho detto: voi siete dèi”? Ora, se essa ha chiamato
dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio (e la
Scrittura non può essere annullata) come potete dire
a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo: “Tu
bestemmi”, perché ho detto: “Sono Figlio
di Dio”?»
C’è tutto un mondo in queste poche parole. Se leggete
la Bibbia inglese, la cosiddetta King James Bible (la versione
discesa con l’angelo) vedete che le parole “Figlio
di Dio”, “il Figlio di Dio”, sono in corsivo.
La maggior parte della gente pensa che con il corsivo si sia
voluto dare maggiore enfasi, ma non è vero. Il corsivo
sta per le parole interpolate dai traduttori, perché
il testo originale greco non è scritto così. Dice:
«(Un) figlio di Dio». Mi sembra evidente che anche
Gesù non si riferisca unicamente a se stesso quando asserisce:
«Io sono la via. Nessuno viene al Padre se non per mezzo
di me». Questo “io sono”, questo “me”,
è il Divino dentro ciascuno di noi, quello che in ebraico
si tradurrebbe “il Signore”, Adonai. Si è
speculato molto sull'argomento, da parte degli ebrei esoterici,
dei cabalisti e dei chassidim.
La Conoscenza è stata continuamente repressa, attraverso
l'intera storia della religione occidentale, perché tutte
le religioni hanno adottato la forma di monarchie celesti, scoraggiando
perciò la democrazia nel regno dei cieli. La conseguenza
degli insegnamenti dei mistici tedeschi e fiamminghi del XV
secolo ha portato alla nascita di movimenti come quelli degli
anabattisti, dell'Unità dei Fratelli, dei quaccheri e
di altri. Questi movimenti spirituali arrivarono negli Stati
Uniti e contribuirono alla fondazione di una repubblica e non
di una monarchia. Come si può dire che una repubblica
sia la migliore forma di governo se si è convinti che
l'universo è una monarchia? E ovvio che se Dio è
in cima alla monarchia, questa è la migliore forma di
governo. Eppure, molti cittadini americani che pensano di dover
credere che l'universo sia una monarchia sono in continuo conflitto
con la repubblica. E’ soprattutto da cristiani bianchi
e razzisti che proviene la minaccia di fascismo nel nostro paese,
perché questi hanno una religione militante, che non
è la religione di Gesù. La sua religione era la
realizzazione della divinità nell'uomo, mentre la religione
su Gesù lo mette sopra un piedistallo dicendo che soltanto
quest'uomo, di tutti i figli nati da una donna, era divino.
La religione cristiana parla di sé come di una Chiesa
militante. «Avanti, soldati cristiani, marciate come se
foste in guerra». E’ assolutamente esclusiva, convinta
ancora prima di studiare le dottrine di qualsiasi altra religione,
di essere la prima. E così diventa una religione di fenomeni
strani, proprio come essa stessa ha fatto di Gesù una
specie di fenomeno, insistendo nell'affermare che era un uomo
fuori del normale.
Rivendica la propria unicità e non si accorge che ciò
che insegna sarebbe molto più credibile se fosse veramente
“cattolico”, cioè universale, se riaffermasse
le verità conosciute da tempi immemorabili e rivelate
in tutte le culture del mondo. Suppongo che un protestante liberale
direbbe: «Sì, anche queste altre religioni sono
molto buone. Indubbiamente Dio si è rivelato attraverso
Buddha e Lao-tzu, ma nessuna di esse è la religione suprema».
Ora, possiamo essere leali verso Gesù come lo siamo verso
il nostro paese, ma non serviamo il paese se pensiamo che esso
sia necessariamente il migliore di tutti. E un cattivo servizio
che gli facciamo, perché rifiutiamo di essere critici
quando la critica è appropriata. La stessa cosa vale
per la religione. Ogni religione dovrebbe essere autocritica.
Altrimenti degenera rapidamente in presunzione ipocrita. Quando
applichiamo una critica reale alla religione su Gesù,
vediamo che egli non parlava di un evento strano, straordinario,
storico, ma con una voce che si è unita ad altre voci,
prima di lui, in altri luoghi e in altri tempi, ha detto: «Svegliatevi!
Svegliatevi e siate consapevoli di chi siete».
Io non penso che la Chiesa diventerà profonda fino a
quando non comincerà a parlare dei veri insegnamenti
di Gesù. Invece, il protestantesimo e il cattolicesimo
popolare non dicono nulla sulla religione mistica. Il messaggio
del pastore, del sacerdote, per cinquantadue domeniche l'anno
è: «Cari fratelli, siate buoni». Lo abbiamo
sentito fino alla nausea. Magari, occasionalmente, ci hanno
propinato un sermone su ciò che succede dopo la morte,
oppure sull'essenza di Dio, ma la predica fondamentale ripete:
«Siate buoni». In realtà, il vero interrogativo
è: come possiamo cambiare in meglio senza aver vissuto
un'esperienza religiosa? E con questo intendo dire qualcosa
di molto più profondo che non l'emozione che si può
provare sentendo o cantando le parole dell'inno: «Avanti,
soldati cristiani».
Il problema delle nostre vicende ecclesiastiche è che
in realtà gestiamo una bottega di chiacchiere. Preghiamo,
diciamo a Dio che cosa deve fare o gli diamo qualche consiglio,
come se Egli ne avesse bisogno. Ma andiamo a leggere le Scritture.
Gesù disse: «Voi scrutate ogni giorno le Scritture
credendo di avere in esse la vita eterna». San Paolo fece
qualche strano riferimento allo «spirito che dà
la vita, mentre la parola uccide». Io penso che la Bibbia
dovrebbe essere cerimonialmente e con grande riverenza bruciata
a ogni Pasqua, nella fiducia che non ne abbiamo più bisogno,
perché lo spirito è con noi. È un libro
pericoloso e venerarlo è un’idolatria molto più
pericolosa che inchinarsi davanti a immagini in legno o in pietra.
Nessuno può ragionevolmente scambiare un’immagine
di legno per Dio, ma si può confondere con facilità
un insieme di idee con Dio, perché i concetti sono più
rarefatti e astratti.
Questo infinito parlare e predicare nelle chiese non porta generalmente
a nulla, ma provoca un senso di ansia e di colpa. Non è
possibile amare, avendo come base questi complessi. Nessun rimprovero,
nessuna dimostrazione razionale sul modo corretto di comportarsi
può ispirare sentimenti d’amore nella gente. Deve
accadere un’altra cosa. Ma, voi direte: «Che cosa
dobbiamo fare allora?» Non avete fede? Dunque, state zitti.
Ma, nemmeno i quaccheri rimangono in silenzio, in un silenzio
interiore. Nei loro incontri stanno seduti e pensano. Supponiamo
invece di essere veramente silenti e di arrestare il chiacchiericcio
mentale. Questa idea non ci piace granché e tendiamo
a dire: «Si cade in uno spazio vuoto». Ma, avete
mai provato?
In conclusione, sento che è molto importante che le chiese
smettano di essere botteghe di chiacchiere. Devono diventare
luoghi di contemplazione. Che cosa è la contemplazione?
E ciò che si fa nel tempio. Non si va al tempio per chiacchierare,
ma per stare in silenzio e sapere che «Io sono Dio».
Ecco perché, se la religione cristiana, il Vangelo di
Cristo deve significare qualcosa (invece di essere soltanto
una delle religioni dimenticate, come per esempio il mitraismo),
dobbiamo vedere Cristo come il grande mistico, nel vero senso
della parola. Un mistico non è qualcuno che detiene ogni
sorta di poteri magici. Un mistico è una persona che
realizza l’unione con Dio. Questo mi sembra il punto cruciale,
il messaggio del Vangelo, riassunto nella preghiera (citata
in Giovanni) che Gesù pronuncia davanti ai suoi discepoli:
«Siate anche voi una cosa sola. Come tu, Padre, sei in
me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola».
Un augurio: che tutti possiamo realizzare la divinità
che è in noi, la fusione con l’Uno, l’identità
fondamentale con l’eterna energia dell’universo,
"l’amore che muove il sole e le altre stelle".
Alan
Watts
"IL
CASTELLO INTERIORE "di Santa Teresa D'Avila
Chi
vuole davvero trasformarsi?
Secondo
Ken Wilber la religione ha sempre svolto due funzioni importantissime
e molto diverse. Una è di dare un senso al sé
individuale. Al sé viene semplicemente offerto un nuovo
modo di pensare o percepire la realtà. Tuttavia, a un
certo punto del nostro processo di maturazione, questa traslazione,
per quanto adeguata e salda, cessa di consolare. Nessun nuovo
credo, mito, idea o paradigma tamponerà l’affiorare
dell’ansia. L’unico sentiero utile non è
un nuovo credo per il sé, ma la trascendenza di quest’ultimo.
Chi vuole davvero trasformarsi?
È credenza diffusa che l’oriente trabocchi letteralmente
di spiritualità trasformativa e autentica, mentre l’occidente
– sia storicamente che nell’odierna “New Age”
– non ha niente altro da offrire che varie forme di spiritualità
orizzontale, traslatoria, meramente legittima e quindi debole.
In questo c’è qualcosa di vero, ma la realtà
è molto più cupa, tanto per l’oriente quanto
per l’occidente.
Innanzitutto, anche se è generalmente vero che l’oriente
ha prodotto un numero più grande di ricercatori autentici,
l’effettiva percentuale della popolazione orientale impegnata
nell’autentica spiritualità trasformativa è,
ed è sempre stata, miserevolmente bassa. Una volta chiesi
a Katigiri Roshi, con cui ebbi la mia prima esperienza di risveglio
(non di crollo, si spera) quanti autentici grandi maestri di
ch’an e di zen fossero esistiti. Senza esitazioni, egli
mi rispose: «Forse un migliaio in tutto». A un altro
maestro zen chiesi quanti maestri zen autenticamente illuminati
– profondamente illuminati – fossero vivi nel Giappone
odierno, e lui rispose: «Non più di una dozzina».
Assumiamo, per amore della discussione, che queste siano solo
risposte vaghe. Esaminiamo i numeri. Anche se affermiamo che
in tutta la storia sono esistiti solo un miliardo di cinesi
(una stima estremamente bassa), ciò vuol dire che solo
mille persone su un miliardo hanno raggiunto una spiritualità
autentica e trasformativa. Per chi tra voi non ha una calcolatrice,
questo equivale allo 0,0000001 della popolazione totale.
E questo vuol dire, indubbiamente, che il resto della popolazione
era (ed è) dedita, al massimo, a vari tipi di religione
orizzontale, traslatoria e meramente legittima: pratiche magiche,
credenze mitiche, preghiere consistenti in petizioni egoiche
e così via. In altre parole, a vie traslatorie per dare
senso al sé individuale, una funzione traslatoria che
è stata (come stavamo dicendo) il maggiore collante sociale
della cultura cinese (e di tutte le altre) fino a oggi.
Quindi, senza volere in alcun modo sminuire il contributo davvero
straordinario delle grandi tradizioni orientali, la realtà
è semplicissima: la spiritualità radicale e trasformativa
è estremamente rara, in qualsiasi tempo e in ogni area
geografica (per l’occidente, i numeri sono ancora più
deprimenti. Non aggiungo altro).
Dunque, anche se possiamo giustamente lamentarci del numero
esiguo di occidentali alla ricerca di una realizzazione spirituale
autentica e radicalmente trasformativa, non commettiamo l’errore
di affermare che in epoche precedenti o in altre culture le
cose erano molto diverse. In certi momenti, in occidente è
andata un po’ meglio di adesso, ma il fatto rimane: la
spiritualità autentica è un uccello incredibilmente
raro, in qualsiasi luogo e tempo. Quindi, cominciamo dal fatto
incontrovertibile che la spiritualità autentica, verticale
e trasformativa è uno dei gioielli più preziosi
dell’intera tradizione umana, precisamente perché,
come tutti i gioielli preziosi, è straordinariamente
raro.
Secondo, anche se io e te siamo profondamente convinti del fatto
che la più importante funzione che possiamo svolgere
è offrire un’autentica spiritualità trasformativa,
la realtà è che molto di ciò che dobbiamo
fare – nella nostra capacità di portare una spiritualità
decente nel mondo – è offrire modi di traslazione
più utili e benevoli. In altre parole, anche se stiamo
praticando, od offrendo, un’autentica spiritualità
trasformativa, gran parte di ciò che dobbiamo innanzitutto
fare è fornire alla gente un modo più adeguato
di traslare la sua condizione. Dobbiamo cominciare con utili
traslazioni, prima di poter offrire efficacemente autentiche
trasformazioni.
La ragione è questa: se un individuo (o una cultura)
viene privato troppo rapidamente, bruscamente o maldestramente
della traslazione, il risultato (ancora una volta) non è
il risveglio, ma il crollo; non la liberazione, ma il collasso.
Lasciatemi fare due brevi esempi.
Quando Chögyam Trungpa Rinpoche, un grande (anche se controverso)
maestro tibetano, venne per la prima volta in America, divenne
famoso perché, alla domanda sul significato di Vajrayana,
rispondeva sempre: “Esiste solo Ati”. In altre parole,
esiste solo la mente illuminata, ovunque tu rivolga lo sguardo.
L’ego, il samsara, maya, le illusioni… Non dobbiamo
liberarci di alcuno di essi, perché in realtà
non esistono: in qualsiasi punto dell’esistenza c’è
solo Ati, lo Spirito, Dio, la Consapevolezza non duale.
In pratica, nessuno lo capì; nessuno era pronto a questa
comprensione radicale e autentica dell’onnipresente verità.
Quindi, alla fine Trungpa introdusse un’intera serie di
pratiche “minori” che conducevano a questa estrema
e radicale “non-pratica”. Propose le nove Yana come
base della pratica; ovvero, nove stadi o livelli della pratica
culminanti nella “non-pratica” finale dell’onnipresente
Ati.
Molte di queste pratiche erano semplicemente traslatorie, e
alcune erano ciò che potremmo definire “pratiche
trasformative minori”: trasformazioni in scala ridotta
che rendevano il corpo-mente più aperto all’illuminazione
radicale già esistente. Queste pratiche traslatorie e
minori conducevano alla “pratica perfetta” della
non-pratica, o alla comprensione radicale, istantanea e autentica
che, sin dall’inizio, esiste solo Ati. Quindi, anche se
la trasformazione finale era il primo obiettivo e il fondamento
onnipresente, Trungpa dovette introdurre delle tecniche traslatorie
e minori per preparare la gente all’ovvietà di
ciò che è.
Esattamente la stessa cosa successe con Adi Da, un altro influente
(e ugualmente controverso) esperto della materia (ma stavolta
americano). Egli, all’inizio, non insegnava altro che
“la via della comprensione”: non un cammino per
conseguire l’illuminazione, ma un’indagine sui motivi
per i quali, in primo luogo, si desidera raggiungerla. Il desiderio
stesso di cercare l’illuminazione, in realtà, non
è altro che una manifestazione dell’avidità
dell’ego, e quindi è la ricerca stessa dell’illuminazione
a impedire quest’ultima. La “pratica perfetta”
non è la ricerca dell’illuminazione, ma un’indagine
sui motivi della ricerca stessa. Ovviamente, sei alla ricerca
per evitare il presente, ma è solo il presente a contenere
la risposta: una ricerca eterna vuol dire mancare il punto per
sempre. Poiché sei già sempre lo Spirito illuminato,
ricercare quest’ultimo equivale semplicemente a negarlo.
Non puoi conseguire lo Spirito più di quanto non puoi
ottenere i tuoi piedi o acquisire i tuoi polmoni.
Nessuno lo capì. E così Adi Da, esattamente come
Trungpa, introdusse un’intera serie di pratiche traslatorie
e meno trasformative – di fatto, sette stadi di pratica
– in grado di portarti al punto in cui potevi fare a meno
di qualsiasi ricerca, aprendoti all’onnipresente verità
della tua condizione eterna e senza tempo, completamente e totalmente
presente sin dall’inizio, ma brutalmente ignorata nel
frenetico desiderio della ricerca.
Ebbene, qualsiasi cosa tu possa pensare di questi due esperti,
resta il fatto: essi misero in atto forse i primi due grandi
esperimenti in questo paese per introdurre il concetto “Esiste
solo Ati”, c’è solo lo Spirito. Di conseguenza,
la ricerca dello Spirito è esattamente ciò che
impedisce la realizzazione. Ed entrambi scoprirono che, per
quanto noi si sia presenti ad Ati, alla verità trasformativa
di questo momento, pratiche traslatorie e meno trasformative
sono quasi sempre un prerequisito per quella trasformazione
finale e totale.
Il mio secondo punto, allora, è che, oltre a offrire
una trasformazione radicale e autentica, dobbiamo essere sensibili
e attenti alle numerose e benefiche varietà delle pratiche
minori e traslatorie. Questo atteggiamento più generoso
richiede quindi un “approccio integrale” alla trasformazione
complessiva, un approccio che onori e incorpori molte pratiche
traslatorie e meno trasformative – coprendo l’aspetto
fisico, emotivo, mentale, culturale e comunitario dell’essere
umano – come preparazione ed espressione della trasformazione
finale nello stato onnipresente.
E quindi, pur criticando giustamente la religione meramente
traslatoria (e tutte le forme minori di trasformazione), dobbiamo
anche comprendere che un approccio integrale alla spiritualità
unisce il meglio dell’orizzontale e del verticale, del
traslatorio e del trasformativo, del legittimo e dell’autentico.
Indirizziamo dunque i nostri sforzi verso una concezione generale
sana ed equilibrata della situazione umana.
Saggezza e compassione
Ma questo mio punto di vista non è terribilmente elitario?
Buon Dio, spero di sì. Quando vai a una partita di basket,
speri di vedere me o Michael Jordan? Quando ascolti musica pop,
stai pagando per sentire me o Bruce Springsteen? Quando vuoi
un buon libro, preferisci me o Tolstoy per una lettura serale?
Quando paghi 64 milioni di dollari per un quadro, quest’ultimo
sarà dipinto da me o da Van Gogh?
Qualsiasi eccellenza è elitaria. Ciò include anche
l’eccellenza spirituale. Ma quest’ultima è
un’eccellenza alla quale siamo tutti invitati. Prima ci
dirigiamo dai grandi maestri: Padmasambhava, Santa Teresa d’Avila,
Gautama il Buddha, Lady Tsogyal, Emerson, Eckhart, Maimonide,
Shankara, Sri Ramana Maharshi, Bodhidharma, Garab Dorje. Ma
il loro messaggio è sempre lo stesso: lascia che questa
consapevolezza che è in me sia anche in te. Si comincia
elitari e si finisce egalitari, sempre.
Ma nel mezzo c’è l’irosa saggezza che urla
dal cuore: dobbiamo, tutti, avere sempre di mira l’obiettivo
radicale e totalmente trasformativo. Quindi, qualsiasi tipo
di spiritualità integrale o autentica implicherà
sempre una critica intensa e occasionalmente polemica dal campo
trasformativo a quello meramente traslatorio.
Se usiamo le percentuali del ch’an cinese come esempio
generale, esse mostrano che se lo 0,0000001 della popolazione
pratica la spiritualità genuina e autentica, il 99,99999
coltiva una fede non-trasformativa, non-autentica, meramente
traslatoria od orizzontale. E questo vuol dire – ebbene
sì – che la spiritualità della stragrande
maggioranza di “ricercatori spirituali” in questo
paese (e altrove) è assai poco autentica. È sempre
stato così ed è così anche adesso. Questo
paese non fa eccezione.
Ma nell’America di oggi, ciò dà molto più
fastidio, perché la grande maggioranza di praticanti
spirituali spesso crede di rappresentare la “prima linea”
della trasformazione spirituale, il “nuovo paradigma”
che muterà il mondo, la “grande trasformazione”
di cui essi sono l’avanguardia. Ma molto spesso, essi
non sono affatto trasformativi; sono meramente, ma aggressivamente,
traslatori. Non offrono mezzi efficaci per smantellare profondamente
il sé, bensì semplici modi di farlo pensare diversamente;
non percorsi di trasformazione, ma nuove vie per traslare. In
realtà, ciò che la maggior parte di loro offre
non è una pratica o una serie di pratiche, la sadhana,
il satsang, il shikan-taza o lo yoga. Ciò che la maggior
parte di loro offre è semplicemente il consiglio: leggi
il mio libro sul nuovo paradigma. Tutto ciò è
molto disturbato e profondamente disturbante.
Pertanto, le autentiche realtà spirituali hanno l’anima
e il cuore delle grandi tradizioni religiose, ma faranno sempre
due cose allo stesso momento: apprezzeranno e praticheranno
le pratiche traslatorie e minori (dalle quali di solito dipende
il loro successo), ma grideranno anche con tutto il cuore che
la traslazione da sola non è sufficiente.
E dunque, tutti coloro ai quali la trasformazione autentica
ha inciso profondamente l’anima devono, credo, vedersela
con il profondo obbligo morale di proclamare dal cuore –
forse in modo calmo e tranquillo, con lacrime di riluttanza;
forse con passione infuocata e irosa saggezza; forse con un’analisi
ponderata e precisa; forse con un indiscutibile esempio pubblico
– ma in un modo o nell’altro, l’autenticità
pone sempre e assolutamente una richiesta e un obbligo: parlare
a voce alta, al massimo delle tue capacità, scuotendo
l’albero spirituale e indirizzando il tuo fascio di luce
negli occhi di chi si sente appagato. Devi lasciare che quella
realizzazione radicale rimbombi nelle tue vene e scuota chi
ti circonda.
Ahimè! Se non farai così, starai tradendo la tua
autenticità e nascondendo la tua vera condizione. Non
vuoi turbare gli altri perché non vuoi turbare te stesso.
Stai agendo in malafede, stai propendendo verso la malvagità.
Perché, vedi, il fatto allarmante è che qualsiasi
profonda realizzazione comporta un peso enorme. A chi è
consentito vedere, viene allo stesso tempo imposto l’obbligo
di comunicare tale visione in modo chiaro. Questo è l’accordo.
Ti è stato permesso di vedere la verità a patto
di comunicarla agli altri (ecco il significato fondamentale
del voto del bodhisattva). E quindi, se hai visto, devi semplicemente
dirlo chiaro e forte. Parla con compassione, con irosa saggezza
o con abilità oratoria, ma parla.
Questo è davvero un peso terribile, orribile, perché
non c’è posto per la timidezza. Il fatto che potresti
avere torto non è, semplicemente, una scusa. Nella tua
comunicazione potresti avere torto o ragione, ma questo non
importa. Ciò che conta, come Kierkegaard ci ha ricordato
tanto bruscamente, è che solo esprimendo la tua visione
con passione, la verità può alla fine, in un modo
o nell’altro, fare breccia nella riluttanza del mondo.
Solo la tua passione dimostrerà se hai torto o ragione.
È tuo dovere far conoscere quella scoperta – in
un modo o nell’altro – e quindi esprimerla con tutto
il coraggio e la passione che puoi trovare nel cuore. Devi urlare,
in un modo qualsiasi.
Il mondo volgare sta già urlando, e con un astio così
rauco che le voci più autentiche si odono a mala pena.
Il mondo materialista è già pieno di pubblicità
e attrattive, adescamenti e richiami commerciali, saluti di
benvenuto e inviti ad avvicinarsi. Non voglio essere duro qui,
perché dobbiamo rispettare tutte le attività minori.
Ciononostante, avrai notato che la parola “anima”
è, in questo momento, quella che vende meglio sulla copertina
dei libri; e ciò che “anima” vuol dire, nella
maggior parte di questi libri, è semplicemente l’ego
sotto mentite spoglie. La parola “anima” ormai denota,
in questa frenesia traslatoria, non ciò che in te è
senza tempo, ma ciò che si agita producendo più
rumore. “Cura dell’anima”, incomprensibilmente,
non vuol dire altro che una concentrazione intensa sul sé
fieramente individuale. In modo simile, “spirituale”
è sulle labbra di tutti, ma di solito tutto ciò
che indica è un’intensa sensazione egoica, così
come “cuore” è finito con il significare
qualsiasi sincero sentimento di autocontrazione.
Tutto ciò, in verità, è solo il vecchio
gioco traslatorio, vestito a festa per andare in città.
Queste cose potrebbero essere più che accettabili se
non fosse per l’allarmante fatto che tali manovre traslatorie
vengono aggressivamente definite “di trasformazione”,
quando, naturalmente, non sono altro che una nuova serie di
abili traslazioni. In altre parole, sembra esserci (ahimè!)
una profonda ipocrisia dietro il gioco di prendere qualsiasi
nuova traslazione e definirla “la grande trasformazione”.
E il mondo in generale – oriente od occidente, nord o
sud – è, ed è sempre stato, per la maggior
parte, totalmente sordo a questa calamità.
E quindi, stante la misura della tua autentica realizzazione,
stavi davvero pensando di sussurrare educatamente all’orecchio
di quel mondo mezzo sordo? No, amico mio, devi urlare. Urla
dal cuore ciò che hai visto, urla in qualsiasi modo ti
viene.
Ma non indiscriminatamente. Usiamo attentamente questo urlo
trasformativo. Lasciamo che piccole sacche di spiritualità
autenticamente trasformativa, di vera spiritualità, concentrino
i loro sforzi e trasformino i propri studenti. E lasciamo che
queste sacche comincino a estendere la loro influenza lentamente,
attentamente, responsabilmente e umilmente, abbracciando un’assoluta
tolleranza per tutti i punti di vista, ma cercando sempre di
sostenere una spiritualità vera, autentica e integrale.
Per esempio, con la radiosità, il sollievo naturale,
l’incontestabile liberazione che essa provoca. Lasciamo
che queste sacche di trasformazione persuadano gentilmente il
mondo e i suoi ego riluttanti, sfidandone la legittimità,
le traslazioni limitate e offrendo un risveglio dall’intorpidimento
generale.
Cominciamo qui e ora, da noi, da me e te. Impegniamoci a respirare
nell’infinito fino a quando quest’ultimo sarà
l’unica realtà che il mondo riconoscerà.
Lasciamo che i nostri volti risplendano di una trasformazione
radicale; che dal nostro cuore e dal nostro cervello ruggisca
e risuoni una semplice, ovvia realtà: tu, nell’immediatezza
della tua consapevolezza presente, sei di fatto il mondo intero,
in tutti i suoi alti e bassi, in tutta la sua gloria e grazia,
in tutti i suoi trionfi e lacrime. Non vedi il sole, sei il
sole; non ascolti la pioggia, sei la pioggia; non senti la terra,
sei la terra. E in tale contesto, semplice, chiaro e indubitabile,
la traslazione è cessata in tutti i campi: ti sei trasformato
nel Cuore stesso del Cosmo. Là, proprio là, molto
semplicemente e in silenzio, tutto è disfatto.
A quel punto, la meraviglia e il rimorso, il sé e gli
altri ti saranno ugualmente estranei; l’esteriore e l’interiore
non avranno alcun significato. E nello shock di tale indubitabile
riconoscimento – in cui il mio maestro è il sé,
il sé è il cosmo in generale e quest’ultimo
è la mia anima – camminerai con grande levità
nella foschia di questo mondo, trasformandolo interamente senza
fare nulla.
E allora, allora e solo allora, scriverai distintamente, attentamente
e in modo compassionevole, sulla pietra tombale di un sé
mai esistito: “Esiste solo Ati”.
Acquista i libri con Internetbookshop
Ken Wilber. Grazia e grinta. La malattia mortale come situazione
di crescita. Cittadella. 1995. ISBN: 8830805688
Ken Wilber. Lo spettro della coscienza. Crisalide. 1993. ISBN:
8871830261
Ken Wilber. Oltre i confini. Cittadella. 1991. ISBN: 8830802603Acquista
i libri con Amazon
Ken Wilber. A Brief History of Everything. Shambhala. 2001.
ISBN: 1570627401
Ken Wilber. A Sociable God : Eye to Eye. Shambhala. 1999. ISBN:
1570625034
Ken Wilber. A Theory of Everything: An Integral Vision for Business,
Politics, Science and Spirituality. Shambhala. 2001. ISBN: 1570628556
Ken Wilber. Integral Psychology : Consciousness, Spirit, Psychology,
Therapy. Shambhala. 2000. ISBN: 1570625549
Ken Wilber. Sex, ecology, spirituality. Shambhala. 1995. ISBN:
1570627444
Ken Wilber. The Atman Project: A Transpersonal View of Human
Development. Quest Books. 1996. ISBN: 0835607305
Ken Wilber. The Eye of Spirit: An Integral Vision for a World
Gone Slightly Mad. Shambhala. ISBN: 1570623457
Ken Wilber. Up from Eden : The Atman Project. Shambhala. 1999.
ISBN: 1570625026
Ken Wilber, Jack Engler, Daniel P. Brown. Transformations of
Consciousness: Conventional and Contemplative Perspectives on
Development. New Science Library. 1986. ASIN: 0394555376
Copyright originale “What is Enlightenment” magazine
www.wie.org
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.
Copyright per la traduzione italiana: Innernet.
di
Ken Wilber
|